I classici/Frammenti lirici

Il fascino della poesia di Clemente Rebora e la sua conversione: rinuncia alla ricerca formale e servizio alla Chiesa di Marco Testi

Lo scorso anno uscì tra la quasi generale indifferenza, un libretto della editrice Interlinea, intitolato “Il tuo Natale: poesie, lettere, pagine di diario e inediti” di Clemente Rebora. Il silenzio dei media era spiegabile: questa produzione del grande poeta diventato frate rosminiano (1885-1957) si riferisce quasi tutta al periodo del dopo sacerdozio, quindi a partire dal 1931: quasi vent’anni dopo “Frammenti lirici”, uscito nel 1913 per le edizioni della Voce e pietra angolare della nuova poesia italiana. La critica ha sempre considerato solo questa raccolta come vera opera di Rebora, perché qui la poesia si scarnifica, si torce, si dilava e si adegua alla ricerca strenua di autenticità, gettando le basi dell’ermetismo e della nuova lirica italiana. Ma poi, di Rebora poeta si perdono le tracce. Che cosa ha scritto dopo la sua matura conversione e entrata in convento?

Ecco che il libretto di Interlinea, curato da Roberto Cicala e Valerio Rossi ci dà alcune risposte. Intanto ci presenta alcune lettere nelle quali emerge la piena di un sentimento e quasi di una passione che finalmente gli erano usciti dal cuore e avevano modo di sfogare la loro irruenza per troppi anni trattenuta dalla abitudine alla logica e alla ragione. In una lettera ad Adelaide Coari si legge che «vuotarci vuol dire annientarci, crocifissi in Gesù soavissimo».

È un particolare di non poco conto: Rebora ha rinunciato quasi alla poesia del mondo, non punta più alla fama terrena, cerca di dimenticare quella ricerca spasmodica di una ragione intrinseca, appena incrinata dal soffio del dubbio metafisico, e vuole sprofondarsi nell’angolo che si è ricavato nella scelta religiosa. Ma non è un procedimento egoistico, tutto teso a rifugiarsi nel silenzio per non soffrire. Il fascino di questa testimonianza sta nel fatto che Rebora mette il suo canto a disposizione della Chiesa, dei giovani, dei suoi fratelli in Cristo. Non cerca più il verso che legga il mondo e ne dica la desolazione e il deserto, e che aveva contribuito già a metterlo nel Gotha della letteratura italiana. Cerca il verso che lasci trapelare, sminuendosi e nascondendosi, il divino e l’amore del Creatore. L’uomo sacrifica la sua fama e il suo io perché gli altri possano crescere e camminare. Qualcosa del vecchio poeta che affonda la pompa dannunziana rimane, come in “Verso natale” che recita, ricordando l’antico irto, scoglioso linguaggio dei “Frammenti lirici” «Dall’immobile veglia delle case/ nasce il magro mattino invernale/ in predilette contrade», dove si nota fin dai suoni duri delle gutturali e delle “t” ed “r” una naturale predisposizione ad una lirica asciutta, severa, controllata. Ma poi il senso di poesia ancella del divino prende il sopravvento, e i versi divengono cantilene, cantabili, facili, perché tutti posano tornare al Padre: «Lasciam l’empie maniere,/ pigliam la cortesia:/ andiam tutti a vedere/ Gesù». È davvero impressionante notare questa rinuncia alla propria identità di poeta sperimentatore in favore di una missione: il sacrificio della propria identità personale al servizio della comunità, e non per costrizione, ma per amore.

Il mondo di prima, della disperata ricerca di amore terreno di gloria e affetto esiste ancora, ma è consegnato al nulla della mitologia passata: «O Croce o Croce o Croce tutta intera/ nel tuo abbraccio a trionfar di Circe,/ sola sei buona e bella, e come vera!», dove nella ripetizione ossessiva della Croce si può ipotizzare l’esorcizzazione del fascino del mondo e della poesia “laica” che non debbono tornare a turbare la pace del sacerdote che ha scelto una volta per tutte. Ma è fin troppo facile vedere in quell’accenno mitologico a Circe un richiamo alla sua precedente vita. Anche quel «La grazia di patir, morire oscuro» di “Notturno”, scritto il 24 dicembre 1955, due anni prima della sua scomparsa, la dice lunga sulla sua scelta: l’ombra, la fuga dalla fama, non per – come ironicamente azzardava Montale – per punirsi dei suoi peccati, ma per dare piena voce al mondo interiore che gli premeva così potentemente dentro da portalo quasi all’afasia.

7 dicembre 2006

Potrebbe piacerti anche