I classici/I fiori del male

L’opera di Baudelaire è ricca di spiritualità ed è testimonianza del combattimento dell’uomo moderno tra Bene e Male di Marco Testi

Ad averne sentito parlare o a leggerli distrattamente non si direbbe, ma «I fiori del male» di Charles Baudelaire sono un’opera profondamente imbevuta di spiritualità: Umberto Marvardi, poeta cristiano e studioso di letteratura, contrapponeva Baudelaire a Valery e agli altri “maledetti”, perché solo nel primo egli riconosceva un’autentica, dilaniata, combattuta spiritualità. E aveva ragione, perché «I fiori del male» sono una delle testimonianze poetiche più alte del combattimento con l’angelo, vale a dire della schizofrenia dell’uomo moderno che vorrebbe il bene e fa il male, secondo la lettera paolina.

La raccolta fu processata e condannata – stesso destino, e nello stesso anno, il 1857, di Madame Bovary, solo che Flaubert, a differenza di Baudelaire, fu assolto – al suo apparire perché ritenuta contraria alla morale comune. Si era nella Francia di Napoleone terzo, il quale desiderava che l’immagine del francese fosse quella del buon borghese, solido, lavoratore e soprattutto benpensante. Fu per questo che tutta una serie di scrittori intervennero pesantemente demolendo questa pretesa di grandezza mediocre, da Baudelaire a Verlaine, da Rimbaud a Maupassant fino a Zola, mettendo in ridicolo questo richiudersi nella onorabilità e nell’individualismo di un’intera nazione che ignorava i problemi degli emarginati e degli operai preferendo dare lezioni di morale spicciola e un po’ pruriginosa.

Il destino dei «Fiori del male» era dunque segnato. In una Francia in cui attricette, cantanti di poca fortuna, prostitute, tradimenti erano all’ordine del giorno ma in cui non si doveva parlare di vizi e corruzione, chi avesse svelato che il re è nudo, avrebbe fatto da capro espiatorio.
Baudelaire non era né Maupassant né Zola, non voleva risalire direttamente al politico, al sociale, mettendo alla berlina la corruzione della classe al potere: la sua indole era tesa al ripiegamento su se stesso, alla ricerca degli spazi dell’interiorità. Anche nei «Fiori del male» si muovono attrici e donne di costumi non propriamente virtuosi, ma queste presenze non sono usate per motivi estrinseci: fanno parte dell’universo stesso dell’autore, immerso nel piacere ma anche nel pentimento, nella materia ma alla ricerca dello spirito, nell’inferno del desiderio fine a se stesso e contemporaneamente nel sogno di una redenzione totale.

Sono poesie profondamente sincere, non solo perché cronaca di eventi reali, ma in quanto testimonianza della verità interiore. Lo spleen, il taedium vitae, che non è solo noia, ma accidia, incapacità di volere e di fare, l’inanità regnano sovrani, ma qui non c’è la luciferina ricerca di oltre come in Rimbaud (che pure il cattolico Claudel lesse come angelo, se pure caduto) o Mallarmè, ma ammissione dei propri limiti, sincerità, auto-accusa, commiserazione, miseria morale. Il poeta sa di essere in un inferno non chiuso però alla Grazia, perché sente, non razionalmente, che vi è qualcosa in sé di buono, di vero, che chiede di uscire fuori.

«I fiori del male» sono il diario del poeta-albatros: come l’uccello appare maestoso nel cielo della poesia, bellissimo e lento, capace di puntare direttamente verso l’azzurro, così esso è goffo e ridicolo quando scende sulla terra, fa cioè i conti con la realtà. La figura retorica più presente in questa opera capitale della modernità è l’ossimoro, l’accostamento di contrari: «O fangosa grandezza! O sublime ignominia!» è la conclusione di una poesia dove sono descritte le bellezze e i vizi di una donna. Il poeta è schiavo del piacere, ma ne sente i limiti e le contraddizioni, tuttavia non riesce a trovare in sé la volontà per dire basta, e questo è davvero anticipazione di temi che diverranno usuali nel Novecento.

Alcova e tomba, eros e sofferenza, miseria e innalzamento poetico sono i termini di questa oscillazione perenne, dalla quale però scaturisce lirica vera, in grado di influenzare moltissima della letteratura posteriore. La contaminazione è totale, ed elementi religiosi precipitano caoticamente in soluzioni alchemiche nelle quali sono mescolati elementi profani: la lirica «De profundis clamavi» è in realtà dedicata all’abisso in cui si è cacciato il poeta a causa del suo amore che non costruisce, non fruttifica, ma offre solo «sole senza calore» e «fredda crudeltà». La lezione di Petrarca si è radicalizzata, e la Medusa intoccabile ora è la donna divenuta consapevole della sua potenza sensuale e intellettuale, che usa unicamente per perdere il malcapitato poeta.

16 maggio 2007

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