I classici/I Misteri
Contemplazione pura, poesia mistica e viva: la penna di Charles Péguy fa parlare Dio con la familiarità dell’amore di Andrea Monda
Tra tutti gli autori di quella incredibile stagione della prima metà del ‘900 francese (Claudel, Mauriac, Bloy, Bernanos, Maritain, Marcel, Gide, solo per fare i nomi più celebri) Charles Péguy, che pure intrattenne rapporti con alcuni di essi, è una splendida eccezione, un caso davvero a sé. Aprire una pagina delle sue opere significa venire risucchiati nel gorgo della sua poesia ammaliante, quasi ipnotizzante, una poesia subito riconoscibile, inconfondibile, così piena di irruente e duro amore per la vita e la speranza.
Cantore dello stupore, Péguy non è però un autore “dolce”, anche se spesso è toccante, commovente: Tomasi di Lampedusa, autore del famoso Gattopardo, lo ha definito «quasi un angelo». Un angelo, però, come ha scritto Carlo Bo, «la cui voce possiede l’esplosivo sufficiente a mandare per aria tutti gli edifici costruiti dalla tranquillità». Nella sua breve ma feconda avventura esistenziale Péguy ha attraversato il campo della letteratura del ‘900 come una meteora innovando, destabilizzando, scuotendo le coscienze e i cuori dei suoi lettori, riscuotendo un successo duraturo nel tempo che peraltro lui non conobbe: solo due anni dopo la sua morte, nel 1916, l’editore parigino Gallimard iniziò a pubblicare tutte le sue opere. Era nato 41 anni prima, a Orléans, il 7 gennaio 1873. Il padre (che morirà pochi mesi dopo) è falegname, la madre impagliatrice di sedie. Terminati gli studi scolastici, all’università il giovane Charles si infatua del socialismo, un’opzione, la sua, non ideologica, ma genuinamente umanitaria: ciò che vuole il Péguy socialista è la salvezza concreta degli uomini da tutto ciò che, in un modo o nell’altro, tende a porli al di sotto di loro stessi. In questo periodo Péguy inizia la redazione del dramma dedicato alla figura di Giovanna d’Arco, germe dei futuri Misteri, forse il suo capolavoro insieme a Eve, una sorta di Divina Commedia francese composta da 7644 versi. La figura di Giovanna d’Arco verrà ripresa nel 1908, quando Péguy, riscoperta la fede cristiana, tornerà sulla figura della Santa attraverso una nuova prospettiva: la prima Giovanna doveva essere, nell’intenzione di Peguy, una specie di studio storico, ma l’idea si trasforma e la nuova Giovanna sarà una lunga meditazione cristiana, il “dramma” diventa “Mistero”, Il Mistero della Carità di Giovanna d’Arco; a cui seguiranno Il portico del mistero della seconda virtù, grande meditazione sulla speranza, Il mistero dei santi innocenti, toccante riflessione sulla presenza di Dio nella storia in cui l’audacia drammaturgica dell’autore si spinge fino a far parlare Dio stesso e Il mistero della vocazione di Giovanna d’Arco.
Difficile scegliere un’opera di Péguy tra le tante di questo vulcanico autore, ma forse uno dei punti più alti è rappresentato dal Il mistero dei santi innocenti in cui lo sguardo del poeta si leva al cielo e la poesia si alimenta al simbolismo sacro della liturgia cristiana. In questo poema è Dio stesso a parlare, con semplicità e con la familiarità che nasce dall’amore. I Misteri si rivelano allora come contemplazione pura, poesia mistica, teologica e viva.
L’attività prolifica del poeta verrà spezzata dall’inizio della Prima Guerra Mondiale: il 5 settembre 1914, primo giorno della battaglia della Marna, Charles Péguy muore combattendo nei pressi di Villeroy. Un suo grande estimatore e studioso, il teologo svizzero Von Balthasar, ha osservato che: «Tutta l’arte e la teologia di Péguy sfocia sempre più in preghiera… È la forma della teologia come dialogo trinitario, un dialogo che prima di Péguy non è mai stato ideato e in cui il poeta ha potuto avventurarsi solo grazie a uno stile di popolare semplicità che evita ogni apparenza di elevatezza, ma che mai neppure per un attimo degenera in piaggeria o in falsa familiarità. Solo una fede nello Spirito Santo può far parlare Dio così».
23 maggio 2007