I classici/Il vecchio e il mare

Il romanzo breve di Ernest Hemingway, che gli valse nel 1954 il premio Nobel per la letteratura, a 56 anni di Andrea Monda

Chi in Italia ha ben compreso il valore dell’opera letteraria di Ernest Hemingway è il romanziere romano Eraldo Affinati che, tra l’altro, ha affermato che per lo scrittore americano la vita è «una messinscena dove risulta impossibile uscire senza danni. Ci si sporca le mani: questo sì. Meglio compromettersi che sperare di restar puri. I nemici ti fanno sentire vivo. L’unica possibilità è quella di salvare la faccia, se non altro di fronte a noi stessi».

Il giudizio vale per tutta l’opera letteraria di Hemingway, ma forse ancora di più per “Il vecchio e il mare”, insieme a “I quarantanove racconti” il suo capolavoro, un romanzo breve che racconta la drammatica avventura di Santiago, anziano pescatore cubano alle prese con un nemico imponente e leale, un enorme pesce-spada, che alla fine sconfiggerà. La sua vittoria però sarà solo morale: sarà beffato dall’attacco feroce quanto vile di un branco di pescecani e costretto quindi a tornare a casa con le mani vuote, quelle mani segnate da antiche cicatrici, quelle mani che per vivere bisogna inevitabilmente sporcare.

Grazie a questo romanzo breve pubblicato nel 1952, Hemingway vinse il premio Nobel per la letteratura, nel 1954, a 56 anni: nato nel 1898 a Oak Park, vicino a Chicago, il giovane Ernest fin da ragazzo sviluppa quella passione per la vita all’aria aperta, la caccia e la pesca che tanto influenzerà la sua opera. Nel 1922 svolge l’attività di reporter nella guerra greco-turca, quindi, dopo due anni lascia la professione per dedicarsi alla scrittura. Si stabilisce a Parigi, dove conosce Gertrude Stein, Ezra Pound, James Joyce e Francis Scott Fitzgerald, e qui, incoraggiato da alcuni di loro, si rivela uno dei più geniali romanzieri del suo tempo con romanzi e racconti diventati celebri, anche per alcune buone trasposizioni cinematografiche.

Scrittore “puramente americano” Hemingway nel suo capolavoro ripercorre il mito di “Moby Dick” di Melville ma qui il protagonista non è più il pesce, il nemico, ma l’uomo: anche Santiago vive uno scontro epico, senza sconti, contro la natura, contro il pescespada, gli squali e contro il mare, ma all’opposto del capitano Achab il vecchio cubano colpisce e affascina per la debolezza, i limiti, le difficoltà e insieme la capacità di farsi coraggio, di non abbattersi, di tentare ancora. Al centro della scarna trama del romanzo emerge una vena riflessiva che tenta di analizzare il destino degli uomini, la loro dignità e insieme la loro fatica nella sopravvivenza. Santiago in questa luce assurge a simbolo della tenacia e della dignità umana, come sembra sussurrare la celebra battuta finale: «Il vecchio sognava i leoni».

Certo nella storia raccontata da Hemingway c’è quella «fotografia di un mondo feroce e violento» di cui parla padre Castelli in un celebre articolo in cui accosta, per contrasto, la figura dello scrittore americano a quella del mistico spagnolo San Juan de la Cruz. «L’uno l’antitesi dell’altro – scrive il acutamente il critico gesuita -: totalmente immerso nell’Infinito, lo spagnolo; con radici vigorose abbarbicato alla terra, l’americano». Il santo mistico è anche lui affascinato dalla morte, vista però come «immersione nel Tutto», mentre il romanziere dell’Illinois è un analista della morte «quale risucchio nel Nulla». Tutto questo è vero ma, si sa, la coerenza non è virtù propria di ogni artista, di ogni vero artista (e con Hemingway ci troviamo di fronte ad uno dei massimi scrittori del ‘900) e quindi c’è sempre tempo e spazio per una “smentita”, per l’affermazione di una complessità irriducibile. Perché questo poi vuole dire essere uomini: non arrendersi e continuare a sognare i leoni nonostante le sconfitte.

28 febbraio 2007

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