I precari, più giovani e meno pagati

I co.co.co del Lazio hanno un’età media più bassa rispetto a quelli del resto d’Italia e guadagnano meno da Redattore Sociale

Sono nella maggior parte donne, ricoprono mansioni in genere basse, non hanno un reddito annuale sufficiente e hanno quasi sempre un contratto con un unico committente. Nel Lazio è presente il 15,34% dell’intero universo dei collaboratori iscritti alla Gestione separata dell”Inps per lanno 2005, i cosiddetti Co.co.co, i collaboratori coordinati e continuativi che poi con i cambiamenti legislativi sono diventati Co.co.pro, collaboratori a progetto. In ogni caso si tratta di un mondo molto diversificato al suo interno, visto che può includere, sotto queste formule, anche amministratori delegati o sindaci di collegi aziendali. La stragrande maggioranza dei Co.co.co è composta però da ragazzi e ragazze che hanno collaborazioni precarie e che non sono affatto liberi professionisti, ma hanno appunto contratti quasi sempre da monocommittenza. Sono i risultati di una ricerca presentata nei giorni scorsi a Roma.

Nel Lazio, secondo la ricerca curata dalla Facoltà di scienze della Comunicazione per conto dell’Osservatorio permanente sul lavoro atipico in Italia, che vede la partecipazione anche dell’Ires e del Nidil-Cgil, vive e lavora una fetta consistente del “precariato” italiano o meglio del lavoro “atipico”, il 15,34% appunto del totale delle posizioni nazionali alla Gestione separata. Di questi precari laziali la gran parte di concentra nella sola provincia di Roma (il 90%), confermando quindi un dato già noto che vede nella capitale e in Milano le città con la più alta percentuale di collaboratori coordinati e continuativi. Anche nel Lazio, come nelle altre regioni, la quasi totalità (85,67%) dei lavoratori iscritti alla Gestione Separata Inps, ha un rapporto di lavoro con un solo committente ed ha come unica fonte di reddito quella derivante dal lavoro atipico. Se a livello nazionale i lavoratori non titolari di redditi provenienti da altre fonti al di fuori di quella dichiarata nel fondo Inps, sono il 69,5% del totale, nel Lazio la quota di lavoratori esclusivi raggiunge l’82% dell’intero campione. Questo significa, spiegano i curatori della ricerca (Patrizio Di Nicola, Flavia Bagni e Zaira Bassetti) che nel Lazio vi è una quota consistente di lavoratori, pari al 73,4% a rischio precarietà, a differenza di quanto avviene a livello nazionale, dove i lavoratori in questa condizione sono “solo” il 54,5%.

Interessanti anche i paragoni sui redditi. L’imponibile dichiarato dai lavoratori del Lazio è inferiore alla media nazionale, ovvero siamo sui 10 mila euro annui contro gli oltre 12 mila della media nazionale. La maggioranza del campione (oltre il 66%) non raggiunge i 10 mila euro annui e una quota consistente (30% circa) non arriva alla soglia dei 2500 euro. I ricercatori hanno scoperto anche altri fattori di diversificazione. In particolare sarebbero due i fattori discriminanti nella determinazione del reddito: il genere e l’età. Al crescere dell’età corrisponde anche un aumento dell’imponibile dichiarato, ma la presenza femminile diminuisce in modo sensibili nelle classi di reddito più alte. In generale risulta che il reddito imponibile delle donne ammonta, in media, a 6mila euro in meno rispetto a quanto dichiarato dagli uomini. Le donne che svolgono lavori atipici sono molto numerose, anche nel Lazio nei settori terziari, nel precariato universitario, nei servizi in genere, ma sono molto scarse in ruoli alti. Il 90% delle collaboratrici ha rapporti di monocommitenza e oltre il 33% del campione femminile continua a dichiarare un reddito fino a 2500 euro, a fronte di un 22,4% maschile. La metà circa delle donne raggiunge appena i 5mila euro. Altro dato interessante: la presenza femminile nel Lazio è più consistente di quella di altre regioni.

15 marzo 2007

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