Il bello delle origini
di Rebecca Nazzaro
In un recente discorso, Aleksandr Solgenitsin ha voluto così ricordare il senso profondo della Bellezza: «Il mondo moderno, essendosela presa contro il grande albero dell’essere, ha spezzato il ramo del vero e il ramo della bontà. Solo rimane il ramo della bellezza, ed è questo ramo che ora dovrà assumere tutta la forza della linfa e del tronco».
Trovo in queste parole un importante invito a riflettere su quale sia la bellezza che oggi siamo chiamati a custodire e rilanciare; non penso alla bellezza come fascino esteriore, “cosmetica”, ma a una sua dimensione più profonda e radicale, che letteralmente sappia scendere alle radici originarie recuperando, così, una dimensione oggi dimenticata perché immersi in un universo di distrazione e spettacolo.
Il bello è valore correlato al buono e al vero, giacché quella bellezza che vive solo di se stessa presto si corrompe e delude. Si può dunque ripartire dall’idea di bellezza e intenderla come la nuova frontiera dell’umanità, per edificare su di essa un diverso progetto formativo per l’uomo, per avere in essa una risorsa preziosa per gli educatori, che sproni a “guardare le cose di lassù” (Colossesi 3,1) e non farsi assorbire interamente dall’immediato e dal contingente.
La Bellezza implica, infatti, sempre un oltrepassamento, un salto in direzione dell’infinito e dell’eterno, un moto di nostalgia per una pienezza perduta o che ancora ci attende; proprio per questa sua specifica natura, si sottrae ad una presa immediata; essa non è mai tutta lì, dove la cogliamo, ma rimanda sempre al suo “Autore” e attiva un moto ascendente dell’anima e dell’immaginazione: qualsiasi cosa autenticamente bella è, per questo, in se stessa religiosa, testimonianza della reale presenza di Dio nella materia.
In una città come Roma, nella quale il carico di storia e arte può produrre, a volte, sentimenti di inadeguatezza, l’impegno a riconquistare spazi che la nostra esistenza dispersa ci ha fatto trascurare, accogliendoli, di nuovo, come luoghi a noi prossimi, può aprire ad un recupero della nostra identità e delle nostre radici cristiane.
L’invito che sento di rivolgervi è quello di abbandonare, per un attimo, il gracchiante mondo della strada e tentare un’esperienza immersiva e affascinante, di discesa concreta e insieme ideale, fin nel ventre antico della nostra città. Penso alla necropoli vaticana sotto la basilica di San Pietro e alle catacombe di cui Roma è tanto ricca.
Camminando in questi luoghi si coglie il respiro di un’intera comunità che è riuscita a comporre armoniosamente i propri sforzi e a realizzare un bello “anonimo”, non firmato, scaturito non dal desiderio di un artista, ma da un insieme di credenti, testimoni della Bellezza, che sentono di appartenere ad uno stesso orizzonte di fede, una “ecclesia” che ci ha tramandato un cantiere dello stupore collettivo e una testimonianza di martirio e dedizione.
Questo senso d’appartenenza e di continuità è certamente un’esperienza che merita di essere comunicata al tempo presente. L’amore per la vera bellezza può vincere la solitudine e lo spaesamento di cui il mondo contemporaneo sembra rimanere vittima. Disse Sant’Agostino: «Tardi ti amai bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai».
5 febbraio 2008
[email”>nazzaro@romasette.it[/email”>