Il cardinale Vallini: due Papi molto amati dai romani

Intervista a due settimane dalla canonizzazione. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II «personalità caratterizzate da una fede indomita, dall’amore per l’uomo e dal coraggio di innovare» di Antonella Gaetani

Un tiepido sole illumina la facciata del Palazzo Lateranense. Due spagnoli leggono una guida che spiega la storia della basilica, mentre un bambino cerca di sfuggire al controllo della madre. In quel palazzo l’11 febbraio del 1929 sono stati firmati i Patti Lateranensi che regolano i rapporti tra la Santa Sede e lo Stato italiano. Ed è lì che Giovanni XXIII, il 24 giugno 1962, trasferì gli uffici del Vicariato e Giovanni Paolo II, nel 1987, il Museo storico vaticano. Il nostro incontro con il cardinale vicario Agostino Vallini parte proprio da questi due Papi che il 27 aprile saranno canonizzati. «Sono state due personalità caratterizzate da una fede indomita, dall’amore per l’uomo e dal coraggio di innovare. Per questo sono stati due Papi che hanno lasciato un’impronta viva e forte non solo nella chiesa, ma nel mondo».

Di Roncalli cosa ricorda?
Ricordo molto bene il giorno della sua elezione a Pontefice, il 28 ottobre del 1958. Dopo Pio XII – un Pontefice gigante – l’elezione di Roncalli apparve come quella di un Papa di transizione, considerata l’età. Aveva settantasette anni. Un pontificato in apparenza di transizione si rivelò, dopo qualche mese, profetico e di grande innovazione con il Concilio ecumenico Vaticano II. L’11 ottobre 1962 ebbe inizio il Concilio; ero seminarista, seguimmo alla televisione la lunga cerimonia in San Pietro; il discorso del Papa suscitò un grande entusiasmo per l’apertura, la fiducia e il coraggio che trasmetteva: cominciava una nuova stagione per la Chiesa.

Giovanni XXIII era nato da una modesta famiglia di agricoltori ed era quarto di tredici figli. E proprio le sue origini sono state la forza del suo Pontificato. Quali i tratti più importanti?
Era chiamato dalla gente il «Papa buono» per quel suo carattere pacifico e cordiale che lo avvicinava alla gente. Non era un atteggiamento solo esteriore, ma il suo modo di essere e di rapportarsi, semplice e immediato, che rivelava il suo cuore di pastore, che amava Dio e amava gli uomini. Alla radice della sua vita c’era una fede robusta, imparata nella sua famiglia, dai suoi vecchi; una fede in Dio, misericordioso e benigno verso gli uomini deboli e fragili. Papa Giovanni mostrava la bontà di Dio a tutti. Un uomo mandato da Dio per quel tempo.

Vent’anni dopo, il 16 ottobre 1978, dalla loggia vaticana si affaccia Giovanni Paolo II. In piazza una folla che agita i fazzoletti. Wojtyla si presenta ricordando Giovanni Paolo I. E con il cuore aperto confida di aver avuto paura per la nomina. Poi quel «se mi sbaglio mi corriggerete» conquista tutti. Eminenza, lei quando ha incontrato per la prima volta il Papa polacco? Che emozioni le ha lasciato quell’incontro?
Il mio primo incontro con Giovanni Paolo II avvenne in un pranzo in Vaticano, su suo invito, in occasione della preparazione della sua visita pastorale a Napoli nel novembre del 1990. Ero stato nominato vescovo ausiliare di Napoli da pochi giorni e mi fu affidato l’incarico di presiedere l’organizzazione della visita: tre giorni e quattordici appuntamenti. Per ciascun incontro ci fu un percorso particolare di preparazione per coinvolgere la gente in un cammino spirituale e catechetico che aiutasse le persone a comprendere il significato vero di una visita papale. Ricordo l’attenzione del Papa, interessato a conoscere lo svolgimento della visita fin nei minimi particolari, e l’incoraggiamento a non preoccuparci della fatica che avrebbe dovuto affrontare. Mi colpì molto per la sua disponibilità e accoglienza.

Wojtyla aveva un grande amore per Napoli, che aveva visitato una prima volta nel 1979. Dopo il terremoto, che colpì la zona il 23 novembre 1980, lanciò un duro monito contro l’avidità speculativa e la violenza. E, appena giunto a Napoli il 9 novembre, in piazza Plebiscito, grida forte il suo appello: «Organizzare la speranza». E va per le strade, le piazze, i luoghi di lavoro e del dolore, incontra i giovani allo stadio San Paolo, gli abitanti di Scampia, i detenuti di Poggioreale, il personale sanitario del Cardarelli. Di quella visita quale episodio l’ha colpita?
La visita lasciò una grande emozione e gioia in tutta la città. Fin dal primo incontro, in piazza del Plebiscito, fu un tripudio di bandiere, festoni, applausi, sorrisi. Il Papa veniva per lenire i dolori di Napoli e incoraggiarne la crescita. Con una parola d’ordine: «Organizzare la speranza». La gente lo seguiva dappertutto e rimase affascinata dallo sguardo e dalla bontà del Papa. Un episodio, in particolare, sconosciuto ai più, conservo nel cuore. Nell’incontro con i giovani allo stadio i microfoni non funzionarono: una parte ascoltava il Papa che parlava e l’altra parte no. Io e i miei collaboratori eravamo angosciati per questo incidente e, dopo tanta fatica; il Papa mi confortò dicendomi: «Non preoccupatevi, è successo lo stesso anche in un viaggio in America. Andrà tutto bene lo stesso». E così fu.

Nel 1999 lei è nominato vescovo di Albano. Che ricordo ha di Giovanni Paolo II in quel periodo?
Fu per me un grande onore essere il vescovo della diocesi che ospita la residenza estiva del Papa. Le circostanze mi permisero di incontrarlo spesso. Ricordo l’udienza che, per il Giubileo del 2000, concesse alla diocesi di Albano, alle ore 21, nel cortile del palazzo apostolico di Castel Gandolfo. L’unica udienza in notturna. Si trattenne a lungo con la gente, ascoltò vari interventi e i canti gioiosi dei giovani e poi, come un bravo parroco, spiegò alla gente come si doveva vivere la grazia del Giubileo. Una indimenticabile serata.

Giovanni Paolo II e Roncalli come hanno vissuto il rapporto con Roma?
Conosco poco del tempo di Giovanni XXIII come vescovo di Roma. Memorabili certo rimasero le visite al carcere di Regina Coeli (1958, ndr) e all’ospedale pediatrico Bambino Gesù (Natale 1958 e 1962, ndr). La città e soprattutto la comunità ecclesiale visse inizialmente con curiosità e poi con crescente interesse gli anni del Concilio. Ricordo la partecipazione alla malattia del Papa, i giorni del dolore per la sua morte, mentre il Concilio era in corso. Diverso invece è stato il rapporto con Roma di Giovanni Paolo II, che nei ventisette anni di pontificato impresse un ritmo ed uno stile pastorale nuovo, soprattutto con la visita a quasi tutte le parrocchie. Il Papa si faceva vicino alla gente e le persone ne rimanevano conquistate. Con l’aiuto del cardinale Ugo Poletti poi indisse il Sinodo diocesano, che è rimasto il punto di riferimento per l’attuazione del Concilio a Roma. Insomma, entrambi i Papi sono stati vicini e amati molto dai romani.

Un’ultima domanda. Quanto l’eredità dei due pontificati entra in Papa Bergoglio?
Naturalmente ciascun Pontefice ha la sua irripetibile personalità, uno stile e un modo particolare di stabilire relazioni con le persone. Papa Francesco, che ha conosciuto e apprezzato tanto sia Giovanni XXIII che Giovanni Paolo II, raccoglie la loro eredità di fede e di servizio alla Chiesa, insieme a quella preziosa di Benedetto XVI, e con semplicità e umiltà continua a guidare la Chiesa. Il suo linguaggio semplice e immediato, i gesti spontanei e ricchi di umanità, la sua attenzione ai piccoli, ai malati e ai poveri, la vicinanza alle persone sono un annuncio efficace del Vangelo, espressione dell’amore di Cristo che salva l’umanità e sceglie i suoi vicari per ogni tempo.

14 aprile 2014

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