Il matrimonio e la scommessa del diventare adulti

La sfida di conciliare lavoro e famiglia, mettendo a fuoco rischi ed equivoci e «bonificando la relazione di coppia», al centro della due giorni organizzata dall’Istituto Giovanni Paolo II della Lateranense di R. S.

«Trovare un equilibrio tra lavoro e famiglia è una delle maggiori sfide di oggi» e, secondo il Families and Work Institute, è motivo di conflitto «per il 59% degli uomini e il 45% delle donne». Lo afferma Carl A. Anderson, supreme Knight (Knights of Columbus), intervenuto ieri, 16 febbraio, a Roma, alla conferenza pubblica “I primi anni di matrimonio”, promossa dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su matrimonio e famiglia nell’ambito dell’omonimo seminario di studio che si conclude oggi. «Lavoro e famiglia sono vocazioni distinte ma connesse». Entrambe «sono innate nell’uomo» e fanno parte della stessa «vocazione al matrimonio». Per questo, «più che parlare di bilanciamento» sarebbe preferibile parlare di «armonia». Anziché nemici, «lavoro e famiglia possono supportarsi a vicenda» giacché «il lavoro consente alla famiglia di vivere in modo dignitoso e la famiglia aiuta il lavoratore a vivere nel rispetto della sua dignità». Anderson auspica quindi una «armonizzazione» a «livello personale, coniugale, familiare, economico – commerciale e sociale», e mette in guardia dai pericoli di una società che «promuove il lavoro» e svaluta «l’importanza di avere figli». La famiglia è «il pilastro e la “stele di Rosetta” della società». Pertanto, conclude, «una migliore armonizzazione di famiglia e lavoro ha effetti sorprendenti sulla società e sulla stessa economia».

Per Francesco Belletti, consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia e presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, sono cinque le «trappole, intese come falsità, sull’amore di coppia e sulla famiglia, che oggi vengono raccontate, anzi spacciate ai giovani». La prima, spiega intervenendo alla conferenza, «trasforma l’uomo contemporaneo in una persona i cui desideri e sogni sono colmati dai beni: le case diventano così discariche di oggetti anziché luoghi di relazioni». Ai giovani viene inoltre fatto credere «che l’amore sia solo passione e non progetto sulla vita». La terza «trappola», prosegue l’esperto, «è la distinzione tra sessualità e qualità della relazione, come se la sessualità fosse estrinseca rispetto all’identità; la quarta è che l’amore vive bene se non ha conflitti». Infine, conclude Belletti, «l’idea che l’uomo sia autosufficiente e non abbia bisogno degli altri». Il presidente del Forum ha messo in guardia anche dalla “narrazione” della famiglia oggi proposta ai giovani: «Assistiamo quasi sempre a narrazioni estreme: fallimenti o eroismi, senza raccontare la normalità e la quotidianità che è il coraggio e il valore del grande romanzo familiare». Occorre vigilare, perché «anche da questa modalità dipendono le scelte dei giovani».

Oggi occorre recuperare e valorizzare come «aspetto centrale dell’identità adulta» la «generatività» intesa come procreazione e «cura di una nuova generazione». Ne è convinta Eugenia Scabini, direttore Centro studi e ricerche sulla famiglia dell‘Università cattolica, tra i relatori dell’incontro. «Nella concezione di “adulto” – spiega – campeggia il versante lavorativo», a scapito spesso del compito generativo che «un tempo marcava decisamente la fisionomia dell’adulto». Alle generazioni adulte dunque il compito di «sostenere il passaggio dei giovani alla condizione adulta» attraverso «politiche sociali e lavorative appropriate ma anche, e contemporaneamente, attraverso un ripensamento della questione identitaria». Secondo l’esperta, «investire in relazioni familiari stabili, assumendosi la responsabilità di mettere al mondo una nuova generazione e prendendosi cura del suo sviluppo, è un aspetto centrale dell’identità adulta che va recuperato» e valorizzato, anche in quanto «contributo essenziale alla sopravvivenza e al futuro stesso della società».

Sulla natura della relazione di coppia interviene invece monsignor Carlo Rocchetta, teologo pastoralista e assistente spirituale presso la “Casa della tenerezza” di Perugia che si occupa di accoglienza di coppie in difficoltà. Occorre anzitutto capire, dichiara, «quale relazione di coppia si vuole: se deve prevalere il bene oggettivo della coppia e della famiglia o il benessere individuale che rende la coppia particolarmente fragile e a rischio frattura». A mettere a rischio il legame, oltre all’individualismo esasperato, anche «l’accentuazione univoca dell’aspetto emotivo». Per questo occorre «bonificare» la relazione di coppia per «passare dal narcisismo alla nuzialità, a costruire il noi». Occorre, prosegue monsignor Rocchetta, aiutare una coppia a «diventare adulta» perché, innestata nel mistero di Cristo e della Chiesa, diventi essa stessa «sacramento».

17 febbraio 2012

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