Il nuovo Scorsese tra cinema e favola

Il film, tratto dal libro di Brian Selznick, diventa nelle mani del regista una lucida e poetica riflessione su quest’arte: vecchio o moderno? Appare il luogo d’incontro tra il suo pioniere Mèliès e il giovane Hugo di Massimo Giraldi

Arriva nelle sale «Hugo Cabret», un film da considerare come la sintesi filosofica ed espressiva di Martin Scorsese, autori tra i maggiori del cinema americano e internazionale. Siamo a Parigi nel 1931. Dentro la stazione di Montparnasse, il dodicenne Hugo è impegnato a scoprire un segreto legato ad un automa, una sorta di pupazzo meccanico che forse conserva l’ultimo messaggio del padre morto in un incidente. Il genitore aveva salvato da un museo quell’oggetto che, quando viene riavviato, fa un disegno sul quale alla fine appone la firma Georges Méliès. Da qui scatta la molla che permette a Hugo di rintracciare papà Georges, ossia proprio Méliès, pioniere del cinema ai primi del Novecento, poi caduto in disgrazia, dato per morto e invece ridotto a lavorare in un banco di giocattoli alla stazione. Vinte le diffidenze nelle quali era caduto, Méliès, grazie alla tenacia del ragazzino, viene omaggiato dall’Accademia del Cinema Francese.

Dall’esordio nel 1968, Scorsese ha diretto titoli che segnano momenti indimenticabili di un immaginario filmico plastico e vigoroso: «Taxi driver», «Toro scatenato», «L’età dell’innocenza», «Shutter Island». Cinema e cronaca, cinema e stili di vita escono plasmati dalla pellicola che Scorsese modella da testimone severo, duro, non rassegnato. Cinema e memoria? Anche, purché chi da neofita ha creduto in una forma espressiva inedita e carica di possibilità non venga abbandonato in un angolo, dimenticato, escluso. Così il copione tratto dal libro di Brian Selznick diventa nelle mani del regista il taccuino sul quale raccoglie con lucida follia e indifesa poesia gli appunti intorno ad un incombente interrogativo: si salverà il cinema, lo merita, è troppo vecchio o troppo nuovo?

E per ricostruire il cinema degli esordi, Scorsese si rivolge per la prima volta al 3D, alla forma più avanzata delle nuove tecnologie, «che produce – afferma – un effetto di intimità rispetto ai personaggi, perché gli attori risultano più vicini a noi». Non esistono dunque un cinema antico e uno moderno, esiste quel cinema che in ogni epoca e in ogni luogo è scoperta di vita e di sentimenti, di gioie e di dolori, antidoto unico contro l’appiattimento e l’inerzia del pensiero, e nell’incontro tra l’anziano Mèliès e il giovane Hugo, tra la disillusione e il cuore giovane che non si arrende. Apologo dalle mille suggestioni, racconto fatto di sussurri e ritrosie, anche trattenuto in certi momenti, la pellicola di Scorsese è sintesi da oggi in avanti di un approccio alla fiaba per immagini difficile da replicare. O forse no, altrimenti che cinema faremo, vedremo, discuteremo nei prossimi anni?

7 febbraio 2012

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