Il primo centro di aiuto per il feto terminale

Novità a Roma: uno spazio di Quercia millenaria onlus per accompagnare le famiglie fino all’esito naturale di Elena Pasquini

Visita il sito internet

Si inaugura domenica 12 novembre dalle 15,30, il primo centro d’aiuto per il feto terminale a Roma, in via Varzi 3, a Palmarola, nelle vicinanze del Policlinico Gemelli. Uno spazio dedicato agli incontri con le famiglie e con gli specialisti della Quercia millenaria onlus, l’associazione nata dall’idea di Carlo e Sabina Paluzzi che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di un feto dichiarato terminale dalla medicina ma che, pur con difficoltà, oggi vive e sorride ai suoi genitori.

«Gli ambienti sono piccoli: 60 metri quadri divisi in due stanze, una cucinetta e un salottino – racconta Giuseppe Noia, presidente del comitato scientifico della Onlus e specialista in medicina prenatale al Gemelli – e l’idea è quella di attrezzarli per far pernottare i parenti delle donne ricoverate negli ospedali romani provenienti da altre regioni, e sollevarli dalle spese dell’albergo». Intanto è un passo verso un aiuto concreto alle coppie che vivono quest’esperienza. La casa è stata donata dai genitori di un feto terminale «con esito postnatale negativo» che hanno voluto condividere con le persone della onlus questa loro proprietà donandola per le attività dell’associazione e che hanno chiesto che il loro gesto rimanga anonimo.

Domenica sarà un momento d’incontro per amici, conoscenti, coppie e tutti coloro «che amano difendere la vita», confida Giuseppe Noia. Due sacerdoti benediranno la casa di Via Varzi e si potrà sostenere l’attività dell’associazione con l’acquisto di un cd di musica dedicata alla famiglia. «L’attività della Quercia millenaria – continua il professore – sta crescendo quasi da sola, nonostante la onlus si autofinanzi: coincidenze, Provvidenza divina». L’inaugurazione del Caft, centro di aiuto per il feto terminale, e i vari incontri organizzati dalla onlus – il prossimo, il 13 dicembre, sarà dedicato alle malformazioni urinarie – è l’occasione per conoscere una realtà di fede e speranza, nascosta tra le pieghe di una sofferenza inaspettata che non è solo un problema privato. «La sofferenza del bambino e della famiglia è un problema della comunità – prosegue Noia –. È un cammino difficile da compiere. Nel tempo, però, è profondamente diverso soffrire dando amore o soffrire togliendo amore. Leggevo sul Times online dello scorso 27 ottobre una ricerca sui casi di depressione post aborto: ecco l’incidenza è di tre o quattro volte superiore rispetto alle donne che non hanno compiuto una scelta simile».

Nei tre anni di attività dell’associazione, da quando la storia di Giona, figlio dei coniugi Paluzzi, ha spinto i genitori a confrontarsi con le coppie che hanno vissuto vicende simili, sono già stati organizzati tre incontri di confronto tra medici e famiglie. «Perché anche l’aspetto medico è importante», riprende il professore. La diagnosi prenatale, infatti, «deve essere finalizzata all’aiuto e al sostegno del feto e dei genitori. Si può tradurre in medicina etica l’insegnamento della Chiesa».

Noia, inoltre, riporta i dati relativi all’incremento degli aborti terapeutici tra il 1981 e il 2003: «Sono quintuplicati, in parallelo allo sviluppo della medicina prenatale». Invece, con spontaneità e fede, grazie all’aiuto della medicina e all’accompagnamento di sacerdoti, psicologi e famiglie che hanno già vissuto quest’avventura, si può cercare di essere genitori anche nel periodo dell’attesa e amare quel figlio anche nella sua disabilità.

10 novembre 2006

Potrebbe piacerti anche