“Il resto della notte”, cronache della paura

Il film di Francesco Munzi interroga sulla realtà di un’Italia sempre più spaventata dall’arrivo degli stranieri di Massimo Giraldi

È nelle sale “Il resto della notte”, presente all’ultimo festival di Cannes, diretto da Francesco Munzi. Nato a Roma nel 1969, il regista si è imposto all’attenzione nel 2004 con “Saimir”, apprezzato per la capacità di coniugare asprezza di realismo con l’affermazione di valori condivisi. Questa sua seconda opera resta aderente alla nostra realtà quotidiana.

In una grande città del Nord, Silvana, moglie di un industriale affermato, licenzia una cameriera rumena, accusandola di aver rubato due preziosi orecchini. Da una parte la famiglia borghese, dall’altra la rumena, due fratelli dai quali la giovane si rifugia, in mezzo Marco, italiano cocainomane che con i due decide di organizzare un furto nella villa della famiglia ricca.

«È un film sulla paura – dice Munzi -, quella irrazionale, che nasce dall’interno quando non si è in pace con se stessi, quando si sta sbagliando tutto. Ma c’è anche una paura reale, quella dell’altro: nasce dalle troppe differenze, quando non c’è giustizia e si è in pericolo, sempre». Partito con tono prevedibile e chiuso su se stesso, il copione acquista respiro a mano a mano che i rapporti tra i personaggi si delineano e chiariscono i motivi della loro conflittualità. Ragioni e torti si confondono in un impasto esistenziale di difficile scioglimento. La conferma di un’Italia dove farsi domande appare spesso più comodo che esprimere certezze. Su questo Munzi ci interpella.

15 giugno 2008

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