Il Risorgimento secondo Mario Martone

Nelle sale “Noi credevamo”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Le storie di tre cospiratori italiani dell’Ottocento e Mazzini con la sua Giovine Italia di Massimo Giraldi

Presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia come uno dei quattro italiani in concorso, “Noi credevamo” arriva in questo fine settimana nelle sale. A dirigerlo c’è Mario Martone, di cui si ricordano, tra gli altri, titoli quali “Morte di un matematico napoletano” e “Teatro di guerra”.

Si parla di Risorgimento italiano, e l’argomento smuove subito terreni delicati e difficili da affrontare. Si tratta infatti di mettere mano a una storiografia spesso scritta solo dai vincitori e in tal modo impedita a proporsi come memoria condivisa. In particolare il periodo del Risorgimento è passato da una eccessiva esaltazione sfociante nella retorica ad una denigrazione spesso altrettanto becera: in un caso e nell’altro non è arrivata quella sintesi capace di aprire a riflessioni misurate sul tema. In vista, però, dei 150 dell’Unità d’Italia – che ricorrono il prossimo anno -, vedremo se questo film di Martone saprà riaprire un dibattito più consapevole. L’impegno c’è stato: da alcuni anni infatti il regista pensava a questo scenario storico.

«Abbiamo individuato – spiega – tre figure “minori” tra i cospiratori italiani dell’Ottocento e abbiamo attribuito le loro vicende a tre personaggi di nostra immaginazione: intorno a queste vicende è stato costruito il racconto, composto di fatti, comportamenti e parole attinti rigorosamente alla documentazione storiografica. Uno dei tre personaggi è ispirato al protagonista del romanzo di Anna Banti “Noi credevamo”. Solo una parte del libro confluisce nel film ma il titolo mi è apparso bellissimo e adatto per l’insieme del racconto (…)». Che prende il via quando tre ragazzi del Sud Italia, in seguito alla feroce repressione borbonica dei moti che nel 1828 vedono coinvolte le loro famiglie, maturano la decisione di affiliarsi alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini.

Da qui si dipanano quattro episodi che attraversano pagine oscure del processo risorgimentale fino ad arrivare al 1860. Sono vicende aggrovigliare e talvolta non facili da dipanare, dal momento che attraversano zone diverse d’Italia, Stati diversi, modi e forme degli atteggiamenti da assumere non di rado opposti tra loro. Martone parla di un «albero genealogico che va dai patrioti del Risorgimento, attraverso i partigiani, al movimento degli anni ’70 fino ai giorni nostri». Si capisce da qui che si tratta di una materia ancora tutta da elaborare, di fronte alla quale il regista stesso ha costruito un grande, solido affresco che alla Mostra di Venezia durava 3 ore e 24 minuti e, per l’uscita nelle sale, ha ritenuto opportuno ridurre di 34’, precisando: «Dopo i tagli, l’andante, ovvero la prima parte, quella che ho più ridotto, è diventato un allegro, per rendere il film più fruibile…e anche se qualcosa non viene capito non importa, anzi sarà uno stimolo ulteriore alla riflessione». La parola passa quindi al pubblico, in prima battuta in poche sale, ma con l’auspicio che il film venga utilizzato in tempi lunghi, anche dopo la prima uscita.

15 novembre 2010

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