Il vescovo Brambilla: Essere racconto vivo del Vangelo

L’intervento del presule che guida la diocesi di Novara, alla seconda serata del Convegno diocesano, dedicato alla responsabilità dei battezzati. Un «cristianesimo ospitale» come stile dell’annuncio di A. Ze.

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«Essere capaci di “rispondere del Vangelo” non è prima di tutto un impegno, ma un racconto», fatto da credenti che sappiano narrare la propria esistenza «nel lavoro, nella scuola, nel volontariato, nell’impegno sociale per vicini e lontani, iscrivendovi il Vangelo di Gesù». E «la Chiesa di domani ci sarà ancora, se crescerà il numero e la qualità di credenti che sono il racconto vivo del Vangelo di Gesù». Delinea così la responsabilità dei cristiani monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, aprendo martedì 18 giugno con il suo intervento la seconda serata del Convegno diocesano nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Una riflessione sulle difficoltà del vivere oggi la fede, sull’ampio campo che si apre alla comunità ecclesiale, sulla capacità di annuncio da declinare innanzitutto come «narrazione di vita». Una riflessione innestata essa stessa nel solco di un racconto, quello della più antica pagina del Nuovo Testamento, la Lettera di Paolo ai Tessalonicesi (scritta nel 50 o nel 51), che nel primo capitolo «fotografa il momento sorgivo della Chiesa capace di essere contagiosa perché “risponde” in modo grato al dono della fede in Gesù». Primo elemento, quindi, per un annuncio efficace è, afferma il vescovo, «la percezione appassionata dell’origine del nostro essere credenti», ciò che porta a creare «cammini contagiosi di fraternità, stili di vita che cambiano l’esistenza quotidiana».

Purtroppo, però, oggi «non abbiamo più un cristianesimo che incide sul corpo, che tocca la vita. Non lo trasmettiamo come una realtà che “insegna” gli spazi della nostra esistenza. Abbiamo pochi cristiani responsabili – sottolinea monsignor Brambilla – perché scarseggiano credenti che si lasciano prendere e trasformare dal dono del Vangelo! Qui è in gioco l’immagine della nostra Chiesa». Serve una nuova responsabilità – ed è questo, appunto, il tema del Convegno diocesano – che «ha la figura della testimonianza», da imitatori di Cristo. Con un impegno missionario che punti alle «periferie» di cui parla Papa Francesco, «luoghi antropologici prima di essere spazi geografici o sociologici», che «passano come una lama dentro la vita delle persone e delle famiglie».

Qui, afferma il presule, «dobbiamo anzitutto reimparare uno stile, un linguaggio fresco per porgere il Vangelo. Il Vangelo è un racconto che deve illuminare i racconti spesso feriti e bisognosi di guarigione che attraversano le periferie esistenziali delle storie personali, delle vicende familiari e dei legami sociali». Con il «marchio» di «un cristianesimo ospitale». Una «ospitalità», aggiunge, da declinare nelle forme pratiche dell’evangelizzazione (come «l’accostamento popolare alla Scrittura» ma anche «lo scambio di forze e risorse tra le parrocchie vicine»); nella relazione con la città, che «deve diventare più assidua e disporre la trama su cui innestare il racconto della vita ecclesiale»; nello stile, che «talvolta soffre uno scollamento tra appartenenza ecclesiale e presenza negli ambienti di vita».

Emerge in primo piano, rimarca monsignor Brambilla, la questione educativa, con la peculiare responsabilità dei laici: «Dire il Vangelo nella vita, assumere l’alfabeto della vita umana perché in essa risuoni la Parola cristiana». Attuando una conversione che favorisca «una pastorale con “attenzione all’umano comune”» e superando l’«afasia» in cui i cristiani sono caduti. «Dobbiamo diventare capaci di racconti di vita cristiana», spiega il vescovo di Novara, per poter rifare «l’ardito cammino che prende distanza dagli eventi, cerca il filo rosso che li lega insieme e apre prospettive di speranza». Narrazioni che siano l’«eco del grande racconto di Gesù».

19 giugno 2013

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