Iraq, liberate le suore rapite a Mosul. Timore per i cristiani

Rilasciati gli ostaggi dell’Isil: 2 religiose e 3 giovani. Il 10 luglio l’appello all’Europa: «Se non verrà trovata soluzione pacifica – le parole del primate dei caldei – ciò metterà fine alla nostra storia in Iraq» di R. S.

Liberati nel pomeriggio di ieri, lunedì 14 luglio, le due suore e i tre giovani caldei che dal 28 giugno erano stati trattenuti a Mosul dai miliziani dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante. A riferirlo è il Patriarcato caldeo di Baghdad, dal quale arriva la conferma che i cinque, una volta liberi, hanno immediatamente lasciato Mosul, raggiungendo la città di Dohuk, nel Kurdistan iracheno.

«Suor Atur, suor Miskinta e i tre ragazzi stanno bene – dichiara all’agenzia Fides il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I Sako – e il loro ritorno in libertà rappresenta per tutti un segno di speranza, che conforta le anime in questo tempo difficile». Le suore e i ragazzi, racconta ancora il primate della Chiesa caldea, «erano tenuti in una casa, veniva garantito loro il cibo e non sono stati maltrattati. Durante quei giorni hanno pregato molto. Hanno recitato le lodi, i vespri e tanti rosari per la propria liberazione e per la pace in Iraq. Abbiamo saputo anche che nelle conversazioni con chi li aveva fermati, le suore rispondevano con serenità e coraggio su tutte le questioni poste, dando ragione della loro speranza». Per la liberazione, ha assicurato, non è stato pagato nessun riscatto.

Intanto il 10 luglio scorso i leader cristiani dell’Iraq si sono rivolti all’Unione europea chiedendo aiuto per «impedire una guerra civile che metterebbe in pericolo il futuro del Paese e di una minoranza “fragile” come quella cristiana». L’occasione: un incontro a Bruxelles, organizzato dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre. In una nota diffusa oggi, martedì 15 luglio, i promotori dell’iniziativa riferiscono di avere invitato alcuni esponenti della Chiesa locale nella Capitale belga per incontrare il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy e altri rappresentanti dell’Unione. Nella delegazione della Chiesa irachena, il patriarca caldeo Louis Raphael I Sako, il vescovo siro-cattolico di Mosul monsignor Yohanna Petros Mouche e l’arcivescovo caldeo di Kirkuk monsignor Yousif Thomas Mirkis. «Se non verrà trovata una soluzione pacifica – ha detto il primate dei caldei -, non resterà che una simbolica presenza cristiana. E ciò metterà la parola fine alla nostra storia in Iraq». L’opera pastorale della Chiesa, ha aggiunto, «non è rivolta soltanto ai cristiani»: proprio grazie alla sua neutralità e al costante tentativo di promuovere soluzioni pacifiche, la piccola minoranza cristiana può contribuire alla mediazione tra le parti coinvolte nel conflitto.

La questione irachena è tra i temi che saranno discussi domani, 16 luglio, durante il Consiglio europeo. L’ultimo censimento iracheno del 1987, ricorda Acs, stimava il numero dei cristiani nel Paese in circa un milione e 400mila. Da allora il massiccio esodo, intensificatosi dopo l’inizio della guerra nel 2003, ha decimato la comunità che oggi conta approssimativamente 300mila fedeli. La maggioranza vive a Bagdad, sebbene le migrazioni interne verso il più sicuro Kurdistan iracheno non accennino a diminuire. I tre leader religiosi temono che le continue violenze possano mettere fine a 2mila anni di cristianità in Iraq. «Sotto Saddam avevamo sicurezza, ma non libertà religiosa. Oggi abbiamo libertà religiosa ma non sicurezza», ha detto ancora il patriarca Sako. «La paura è tale – gli ha fatto eco l’arcivescovo Mirkis – che pochissimi fedeli riescono a intravedere un proprio futuro nel Paese».

15 luglio 2014

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