Jean-Léonard Touadi: dal Congo a Roma

Il giornalista e scrittore nella Capitale dal 1983 racconta “le Afriche” dimenticate dai media europei di Elena Grazini

C’era una volta la storia di colui che racconta l’immigrazione al nostro Paese. L’incipit è quello di una fiaba, ma la sua è la storia vera di un immigrato che arriva in Italia dall’Africa e diventa “mediatore culturale giornalistico”, come lui stesso si definisce, sulle questioni inerenti il proprio Paese. Sono infatti l’immigrazione, la multicultura, i rapporti tra il Nord e il Sud del mondo, con l’Africa al centro, i poli di interesse giornalistico e, anche di studio, di Jean-Léonard Touadi. Nato nel 1959 nel Congo, a Brazzaville, Jean-Léonard arriva a Roma nell’83. Dopo la laurea in filosofia alla Pontificia Università Gregoriana, nasce in lui il desiderio di approfondire gli studi economici e le relazioni internazionali. Dall’Europa comincia a vedere la propria terra d’origine con occhi diversi. Di qui la volontà di capire la ragione della situazione economica dell’Africa e i suoi rapporti con il resto del mondo. Arriva quindi la seconda laurea in Scienze politiche a La Sapienza e, successivamente, la scuola di specializzazione in giornalismo alla Luiss. Anni belli, ma faticosi. Per mantenersi agli studi Jean-Léonard lavora ed insegna religione e filosofia in diverse scuole romane. Dopo la scuola di giornalismo effettua uno stage di pochi mesi alla Rai, dove approda nel 1992. Da “Permesso di soggiorno”, trasmissione radiofonica, passa nel 1997-98 a “Un Mondo a colori”, prodotto da Rai Educational, di cui è autore e conduttore fino al 2003. Successivamente collabora alla trasmissione “C’era una volta” e attualmente si divide tra Radio3Mondo e l’impegno principale di docente all’università di Milano, dove insegna cultura dei Paesi francofoni nel corso interfacoltà di Mediazione linguistica internazionale. Collaboratore della rivista “Nigrizia” dal 1996, svolge inoltre un’attività di formazione molto intensa, tra cui quella che dura da 10 anni con il Cum di Verona – Centro unitario per la cooperazione missionaria fra le Chiese -, insegnando storia africana e questioni di geopolitica ai volontari in partenza per la missione.

Partiamo dal giornalismo. Come nasce questa passione?
Dopo la laurea in Scienze politiche, quando cominciavo a pensare al mio ritorno, il Congo è entrato in un clima di instabilità politica, causato dalla guerra civile. Nel frattempo avevo iniziato a “scribacchiare” e insieme ad amici africani, che come me studiavano in Italia eravamo indignati dal modo in cui l’Africa veniva trattata dai mass media: l’approssimazione, il carattere parziale delle notizie, questo Continente visto sempre al negativo. Decidemmo così di dare vita ad una rivista che si chiamò prima “Africa News” e poi “Africa Panorama”, incoraggiati da don Luigi di Liegro, un punto di riferimento essenziale per noi. Pur occupandosi di coloro che avevano bisogni più immediati, don Di Liegro non mancava di avere un occhio attento alla formazione di una classe politica e intellettuale africana. Nel vuoto totale che trovavamo nel presentare questo progetto, non solo c’incoraggiò con delle idee, ma uno dei rari finanziamenti che abbiamo avuto venne proprio da lui. E insieme a lui anche don Franco Monterubbianesi, fondatore della Comunità di Capodarco, e mio amico, fu nostro sostenitore. Alla fine uscirono 6 numeri di questa rivista. Purtroppo, non trovando nessuno sponsor, abbiamo dovuto chiudere, ma quell’esperienza mi ha dato più forza e ha delineato ancor meglio la mia vocazione intellettuale in Italia. Non potendo più tornare in Congo, mi sono dedicato all’intermediazione giornalistica.

Da quando sei arrivato in Italia a oggi, a che punto ti sembra sia giunta l’integrazione multiculturale?
La sensazione che avevamo in quegli anni era di contribuire a costruire una Roma diversa, nella quale la diversità avrebbe guadagnato un suo statuto di cittadinanza. Sono convinto che si tratti di un cammino irreversibile entro il quale l’Italia è avviata, anche se in questo momento ho l’impressione che un certo clima e l’accentuazione dei toni sulle questioni dell’immigrazione stiano mettendo in discussione questo cammino.

Quand’è che lo straniero fa notizia nel nostro Paese?
L’informazione sullo straniero, nonostante conferenze, nonostante lo stesso Ordine dei giornalisti e le organizzazioni che si occupano degli immigrati insistano su questo, rimane spesso collocata nella cronaca, e sopratutto nella cronaca nera, anche se intravedo comunque tre speranze.

Quali?
La prima è la crescita a Roma e in Italia di testate giornalistiche create dalle varie comunità che raccontano chi sono, cosa vogliono e cosa possono dare alla società. Inoltre il fatto che c’è oggi una “middle-class” straniera che sta crescendo nella società italiana, il che vuol dire che l’immigrato non è più soltanto l’emarginato ma è anche colui che è in grado di entrare nei corpi intermedi della società italiana per dare il suo contributo. Infine la terza grande e irreversibile speranza sono i bambini nati in Italia da genitori stranieri. Nonostante oggi la legge non riconosca loro la cittadinanza per passaporto, hanno una cittadinanza italiana per cultura e per nascita che renderà difficile escluderli nella costruzione della “polis multiculturale”. Dunque, malgrado il momento così difficile, di grande smarrimento, dove c’è una certa tensione intorno a queste problematiche – e capisco che ci sia, perché la posta in gioco è la sicurezza e la stabilità di tutti -, aldilà di questo, la storia si fa con i fatti molto minuti. Ad esempio, l’incontro dei bambini a scuola. Questa quotidianità multiculturale dell’Italia non potrà non avere effetti, perché le civiltà o le culture con la “c” maiuscola non si incontrano mai: a incontrarsi sono sempre le persone.

Spostiamoci dall’Italia alla tua terra, l’Africa. Tu hai scritto un libro “Africa. La pentola che bolle. Politica, economia e società.” Cosa bolle nella pentola africana?
Questo titolo è un invito a superare i luoghi comuni sull’Africa che sta morendo. I problemi di questo Paese non sono la malattia senile di un corpo morente ma le convulsioni infantili e giovanili di un corpo in crescita. La pentola che bolle è questo. Inoltre essa ha due significati. In Africa uno dei simboli dei villaggi sono tre pietre con una pentola sopra, alimentata dal fuoco, e le donne intorno. La pentola come speranza di mangiare a cui si unisce una pratica africana che vuole che la donna, prima di andare a letto la sera, debba svuotare e lavare la pentola come speranza che domani sarà riempita. Cosa sta bollendo dentro la pentola lo si sa solo quando è aperta. Sono convinto che da questo punto di vista l’Africa sarà una delle sorprese del XXI secolo.

Quali sono gli stereotipi che ascolti più spesso dai mass media riguardanti l’Africa?
Il primo dato da sfatare è l’Africa come un Continente solo. L’Africa è un Continente con delle diversità, e quindi con situazioni e contesti socio-culturali differenti. Bisognerebbe abituarsi a parlare di Afriche al plurale. Potremo forse fare sull’Africa un discorso più intelligente, nel senso di “intus-legere”, di leggere tra le righe. E tra le righe della diversità africana si nascondono delle sorprese. La seconda considerazione è che in tutti i programmi radiofonici o cinematografici lo schema è sempre lo stesso. Prima c’è la descrizione dell’inferno, poi l’arrivo del “deus ex machina” europeo che sana la situazione. A quel punto, agli africani non resta che ballare in ringraziamento dei beni ricevuti, ma non è esattamente così. C’è un mondo di poveri in Africa, del sottosviluppo non rassegnato, che non è sempre come viene descritto. In alcune realtà gli africani hanno smesso di guardare al cielo degli aiuti. Ed è bellissimo l’accenno di Giovanni Paolo II nel suo ultimo Messaggio per la pace: «Possano i popoli africani essere protagonisti». Non solo destinatari, ma anche protagonisti degli aiuti.

Cosa i mass media non raccontano dell’Africa?
Nei mass media italiani manca il decentramento narrativo, ovvero abbandonare all’interno di un racconto il proprio punto di vista e sforzarsi anche di cogliere l’autopercezione dell’altro. C’è tutto un discorso dell’Africa su se stessa che purtroppo non riesce a filtrare nei mass media. L’Africa in questi anni ha elaborato una propria autorappresentazione di cui non si può non tenere conto. Il punto è che voi europei parlate di voi stessi partendo da voi stessi e parlate dell’Africa partendo sempre da voi stessi.

Come immagini il futuro dell’informazione?
Io sono nato vicino a un fiume bellissimo, potente. Ebbene, io immagino l’informazione come un fiume che corre verso il mare e nella sua corsa si fa ricco dei suoi affluenti, quindi integra, assorbe tutte le diversità dei suoi affluenti all’interno di questa sintesi che è il fiume. E l’informazione, soprattutto l’informazione globale, oggi è ancora un fiume unilaterale. È ancora il particolare che si erige a universale per tutti, laddove invece dovremo sforzarci di creare un universale concreto che davvero integri le particolarità dei punti di vista.

1 marzo 2006

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