La bellezza nelle «visioni» di Doninelli

L’incendio dei sogni è un racconto caleidoscopico, un testo visionario con numerosi riferimenti al mondo del cinema di Andrea Monda

Un uomo prende un taxi e va in piena notte a casa di un noto critico cinematografico perché ha qualcosa da raccontargli: «La luce accesa all’ingresso, posta sopra l’uscio, non illuminava tutto l’ingresso ma solo il punto dove ci trovavamo, cioè la soglia della sua casa, e radeva la superficie lunare, glabra, della sua faccia, allo stesso modo in cui doveva fare con la mia. Questa piccola circostanza stabilì tra noi un’intimità decisiva,come tra medico e paziente». E proprio come un malato al suo analista, il narratore comincia a raccontare e a raccontarsi attraverso le sue «visioni», le trentatrè inquadrature a cui allude il sottotitolo di questo ultimo romanzo di Luca Doninelli, “L’incendio dei sogni”, un racconto caleidoscopico di non immediata decifrazione che conduce il lettore proprio su quella soglia illuminata obliquamente della scena iniziale, sull’orlo di un mondo collassato, in un incubo strenuo e claustrofobico.

Forse il romanzo che assomiglia di più a questa singolarissima prova narrativa è “Talk-Show”, sempre di Doninelli, del ’96, dedicato alla televisione: entrambi sono testi «visionari» ma nel primo il susseguirsi delle immagini realizza un «tutto pieno», una «scena» in cui ogni dettaglio è importante, mentre nel romanzo precedente, più ironico e dolente, il risultato era l’opposto, un «tutto vuoto» dove il più delle volte l’autore-voce narrante doveva registrare l’impossibilità di ricordare, trattenere quelle immagini e quelle parole, perfettamente collocate nel piccolo schermo ma proprio al fine di scivolare più rapidamente possibile nell’oblio e nell’insignificanza.

C’è invece molto cinema in questa carrellata lunga trentatré capitoli e un epilogo, da David Lynch a Stanlio e Ollio alla “Finestra sul cortile” di Hitchcock, quasi un’icona del romanzo stesso con la sua ossessione del guardare attraverso un quadro, una cornice, un limite. Per Chesterton la presenza della cornice era l’aspetto più prezioso di un quadro perché non avrebbe senso una bellezza e una libertà illimitata, assoluta. Così per Doninelli, che nel corso del suo lungo viaggio notturno mediato dai sogni e dalle visioni si chiede ancora se l’universo abbia un senso e se esistano ancora momenti significativi.

E la risposta, solo accennata nell’epilogo, è nella resistenza alla «scontatezza» a quella polvere che l’abitudine porta con sé, rendendo meno vivide le visioni e che tutto divora. La risposta di Doninelli rinvia a un Dio Creatore che proprio nell’atto creativo mette ordine, riesce a nominare le cose preservandole dal Nulla: un’immagine, questa, che fa pensare ad una recente definizione espressa dal critico letterario Antonio Spadaro, gesuita, in un convegno a cui ha partecipato lo stesso scrittore milanese. «Per me bellezza non è equilibrio e armonia, ma è la scintilla che nasce dalla dialettica degli opposti: è la bellezza che si scaturisce dal dramma, la maestà colta nella gloria delle piccole cose, la freschezza che sta in fondo alle cose al momento esplosivo e caotico della creazione».

“L’incendio dei sogni. Trentatrè inquadrature”, Luca Doninelli, Garzanti, 2009, pp.137, 14 euro.

30 novembre 2009

Potrebbe piacerti anche