La coppia e l’incubo della separazione

di Angelo Peluso

Se érós da una parte è amore di indigenza che tende al suo superamento, e agápé dall’altra parte è amore di gratuità che si fa dono e accoglienza sul modello dell’amore di Dio, philía è invece amore di condivisione che cerca l’incontro e l’unione scambievole e paritaria con l’altro/a. Questo amore di amicizia non si sovrappone, né all’érós, né all’agapè ma li colora entrambi di una dimensione di profonda amicalità, di «calore umano» e di affetto, di empatia e di simpatia, senza cui rischiano di ridursi a un episodio solo sensibile e fisico (érós) oppure, al contrario, solo estatico spiritualista (agàpé). L’amore di amicizia come amore elettivo e incontro personale è la condizione di base per la realizzazione di un’autentica esperienza di tenerezza.

Vivere l’amore è un’esperienza da conquistare e diventa ancora più viva quando si fa forte il dolore di un cammino che sta per interrompersi con tanti sentimenti di inadeguatezza personale, di rabbia , di desiderio di scappare via lontano dal tempo, di perdersi senza preoccuparsi più di nulla. Le storie di coppie che hanno affrontato il doloroso cammino del lasciarsi, ci ha proprio insegnato che «si può anche amare immensamente una persona, ma non sempre si è capaci di ascoltarla, saperle stare vicino, accogliere le sue paure e le tante possibili solitudini scatenate anche da episodi apparentemente banali».

È proprio la “condivisione” che non c’è, la prima molla che fa scattare il desiderio di rinuncia a proseguire quell’esperienza amorosa. Amare, invece, presuppone la capacità di uscire dal proprio egocentrismo per rendersi più disponibili all’altro e a comprendere l’altrui punto di vista.

Il segno più eclatante di questa incapacità di amare è il divorzio psichico, cioè il graduale distacco dagli investimenti emotivo-affettivi e dal progetto di vita un tempo coltivato. La storia di un uomo e una donna è la storia di un legame che ha creato sentimenti, complicità, solidarietà, condivisioni, angosce, illusioni. Ma gli intrecci delle vite nascondono sempre la fragilità dell’essere umano e le sue tragedie. Le nostre molteplici personalità, i continui bisogni di cercare “vere identità” all’interno di un mondo che sentiamo nostro, ci portano a morbosi attaccamenti e violente separazioni che finiscono solo con l’aumentare la confusione. La complicità tanto desiderata, ma che non è stata raggiunta, diventa il dolore che ci si trascina dietro mettendo in moto tanti interrogativi sul proprio mondo di ieri, quello di oggi e del domani.

Di solito gli individui utilizzano diverse strategie per approfondire legami tra eventi passati, attuali e futuri. Una prima strategia è detta “dinastica” e si verifica quando una persona vive positivamente la propria situazione attuale valorizzando tutti gli aspetti positivi del passato e cancellando, opportunamente, tutte le situazioni spiacevoli.

Una seconda strategia è detta “antitetica” ed è tipica della persona che sottolinea tutti gli ostacoli che ha dovuto superare per raggiungere l’attuale presunto benessere liberatorio. È molto forte l’immagine di sé.

Una terza strategia è detta “compensatoria” ed è tipica di chi – non accettando la separazione – tende ad idealizzare il passato compensando in tal modo il fallimento.

Una quarta strategia è detta “assolutoria” e rispecchia quei separati che si deresponsabilizzano rispetto alla situazione negativa presente, considerandola un effetto inevitabile di un’infanzia infelice e di esperienze frustranti che hanno impedito loro la possibilità di esprimersi al meglio nella vita.
Poca importa, però, chi abbia ragione o meno, perché alla fine escono solo due sconfitti e un pessimo modello per i figli, realmente incolpevoli.

Di fronte a tutto questo c’è un solo modo di sbloccare la situazione: ritrovare le autentiche motivazioni dello stare insieme, compreso il senso del sacramento celebrato e la grazia effusa da questo sugli sposi, e svelarsi l’un l’altro il sogno di una tenerezza che ognuno si porta nel cuore, facendo crollare i muri artificiosamente costruiti, e conducendo ciascun partner a sentirsi amato dall’altro.

La riconciliazione rappresenta il momento di recupero del rapporto di coppia come una rinascita all’esistenza coniugale con la possibilità di ricominciare di nuovo. È molto importante in questo percorso, la presenza di una comunità attenta e sensibile che realmente sappia dare una mano a chi vive una situazione dolorosa. La solitudine alimenta le distanze e cancella ogni sentimento.

Come detto all’inizio philía è amore di condivisione che cerca l’incontro e l’unione scambievole e paritaria con l’altro/a senza sovrapporsi né all’érós né all’agapè ma amplifica l’amicalità, il «calore umano» e l’empatia.

30 gennaio 2009

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