La croce nella vita del prete

di Luciano Pascucci

Noi sacerdoti non solo siamo chiamati a fare le cose che ha fatto Gesù Cristo, non solo a proclamare ciò che lui ha detto. Ma a realizzare una sostanziale identificazione con lui.

Non è facile essere del tutto convinti che per essere preti bisogna dire di sì direttamente, esplicitamente, al mistero della croce. Non è facile, soprattutto, accettare la vita del prete non malgrado le tribolazioni che porta, i sacrifici che domanda, le rinunce che richiede e le umiliazioni che comporta, ma sempre convinti che il segno dell’autenticità è la croce del Signore Gesù.

Il beato Giovanni XXIII poco prima di morire, disse: «Il segreto del mio sacerdozio sta nel crocifisso!».

«Ogni sforzo per staccare il prete dalla croce è un attentato contro la sua missione» (Mazzolari).

Di fronte alla realtà della croce non è prioritario armarci di rassegnazione, di coraggio e di pazienza, ma renderci conto che si tratta di un itinerario della carità, della santità cristiana e che le croci sono le benedizioni della vita.

Dobbiamo convincerci che la croce, nella vita del presbitero, non è un incidente di viaggio, che può esserci o non esserci, ma è la strada stessa da percorrere. Più che il coraggio di sopportarla, dobbiamo acquisire la fede per apprezzarla, per desiderarla, per cercarla e per servirla con assoluta fedeltà. Dobbiamo preoccuparci di amare la croce, di crederla salvifica e di sperare di più nella fecondità della croce che non nei successi e nelle gratificazioni del nostro lavoro e della nostra fatica.

Se Cristo è sacerdote e vittima, è soprattutto chi ha avuto la particolare chiamata alla continuazione del suo sacerdozio che deve vivere questa realtà ‘vittimale’ di configurazione a lui. Ogni sacerdote sa quali sono i doveri e gli impegni che ha assunto nella Chiesa nel momento della sua ordinazione e sa anche che tali doveri e impegni lo configurano a Cristo vittima, ostia, e che ciò comporta una vita di immolazione.

Tra gli impegni dell’eletto all’Ordine del Presbiterato c’è anche questo. Il vescovo chiede all’eletto: «Vuoi essere più strettamente unito a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando te stesso a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini?». E l’eletto ha risposto: «Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio!».

È immolazione il celibato che fa rinunciare agli istinti della natura; è immolazione lo stato di conformazione al servus Javhé; è immolazione l’inserimento in una Chiesa gerarchica nella quale non può non esserci coordinamento e quindi ubbidienza; è immolazione lo stare dinanzi al Signore in atteggiamento penitenziale di implorazione; è stato di vittima e di immolazione l’apostolato, soprattutto oggi in cui più si dona e meno si vedono i frutti. Del resto così fu anche per Cristo, il quale si immolò nella solitudine del Calvario.

Oggi una delle cause della rarefazione delle vocazioni è la difficoltà per i giovani di sopportare le sofferenze. I nostri giovani sono incapaci di riconoscere un significato profondo alla sofferenza. Del resto gran parte di loro non ha mai sofferto.

Mi meraviglio che certi giovani preti, da poco ordinati, lascino il ministero, non a causa del celibato o di una crisi di fede, ma a causa del fatto che sono incapaci di sopportare la sconfitta. Non hanno mai imparato a integrare la croce nella loro vita e così lasciano.

D’altra parte chi predica ancora la croce? E poi la nostra cultura tende ad associare fatica con fallimento. «Se faccio fatica… è perché ho sbagliato strada! Faccio fatica nel ministero, incontro degli ostacoli?… Forse non dovevo farmi prete!».

Non si accettano le sofferenze intermedie per crescere e per maturare. È sempre in agguato anche tra i presbiteri la tentazione di ritenere che un momento di prova e di crisi è sintomo di un fallimento, di uno sbaglio nel fare discernimento. Invece la prova non è mai una maledizione, ma una condizione indispensabile per crescere, per maturare, per arrivare ad una fede adulta, a un ministero autentico. Anzi, sono proprio le prove a “inverare” e a rendere autentico il nostro ministero.

Questa è una lezione difficile da imparare! Anche Gesù ha fatto tanta difficoltà nel formare i suoi discepoli a questo.

Pietro in particolare ha fatto molta fatica a capirlo e si è preso per questo tanti rimproveri da parte di Gesù. Ma su questo punto Gesù ha parlato molto chiaro: «Il Figlio dell’uomo dovrà soffrire, essere riprovato dagli uomini e dopo tre giorni risuscitare» (Mc 8,31). La lettera agli Ebrei dice che Gesù «fu reso perfetto mediante il soffrire» (Eb 5,8-9).

Inoltre il sacerdote è per antonomasia l’uomo del sacrificio. Per il sacramento dell’Ordine ha la missione di offrire il sacrificio di Cristo, rendendolo misticamente presente nella realtà del suo Corpo e del suo Sangue. Ma per la sua stessa esistenza sacerdotale è unito al sacrificio redentore di Cristo. Il presbitero è nello stesso tempo sacerdote e vittima.

Agli apostoli che erano tentati di vedere solo un onore nell’essere associati all’edificazione del regno, Gesù un giorno pose la domanda: «Potete bere il calice che io bevo?» (Mc 10, 38). E poi, il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti. Se il Maestro ha seguito la via dolorosa, coloro che ha chiamato alla sua missione come potrebbero illudersi di fare un cammino diverso?

Il sacerdote sa di essere chiamato in maniera speciale al sacrificio. Troverà la forza di sopportare generosamente le sue prove, solo se saprà vederle e viverle alla luce del mistero pasquale.

C’è compenetrazione tra la sofferenza – chiamandola croce, questa parola che la riassume e la trasfigura – e l’impegno apostolico, cioè la costruzione della chiesa. Non si può essere apostoli senza portare la croce.

Per costruire la chiesa bisogna faticare, bisogna soffrire. Questa conclusione sconvolge certe concezioni erronee della vita cristiana presentandola tutta sotto l’aspetto della facilità, della comodità, dell’interesse temporale e personale, mentre il suo viso deve essere sempre segnato dal segno della croce, il segno del sacrificio sopportato e compiuto per amore: amore del Cristo e di Dio, amore del prossimo vicino o lontano. Non è questa una visione pessimistica del cristianesimo, ma realistica. La Chiesa deve essere un popolo di forti, un popolo di testimoni coraggiosi, un popolo che sa soffrire per la sua fede e per la sua diffusione nel mondo, in silenzio, gratuitamente e con amore.

«Non potete vegliare con me un’ora?», chiede Gesù nel Getsemani. Questo è il rovesciamento di tutto ciò che l’uomo religioso e soprattutto il sacerdote si aspetta da Dio. Il sacerdote non deve pensare anzitutto alle proprie tribolazioni, ai propri problemi, ai propri peccati, alle proprie angosce, ma è chiamato a condividere la sofferenza di Dio in rapporto al mondo senza Dio… (D. Bonhoeffer).

Noi sacerdoti non possiamo ripiegarci sulle nostre sofferenze personali. Tutti i dolori del mondo sono nostri, perché siamo cristiani, seguaci di Cristo.

16 marzo 2010

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