La cura dei malati, via dell’evangelizzazione
Al Camillianum un convegno sull’antropologia teologia di San Camillo: importante veicolare la speranza. Padre Sandrin: «Scoprire nel servizio alla salute un itinerario di salvezza» di Emanuela Micucci
Vulnerabile, bisognoso e capace di cura. È la condizione dell’uomo nella società e nella cultura contemporanee delineata nel convegno sull’antropologia teologica di San Camillo de Lellis che ha inaugurato ieri il nuovo anno accademico del Camillianum, l’istituto internazionale di teologia pastorale sanitaria di Roma. L’uomo malato, il sofferente, il disabile, il povero e insieme ciascun individuo. Ognuno comprende di aver bisogno di qualcuno che si occupi di lui e che si preoccupi per lui, che gli faccia compagnia. Un’urgenza impellente nel nostro tempo in cui le persone vivono più a lungo, spesso malate o in una condizione di estrema dipendenza. Perché di fronte al dolore, alla morte, da sempre ciò che dà speranza è la compagnia. Quella che c’è sul Golgota, ai piedi della Croce di Cristo. Quella che aiuta ciascuno di noi a dare un senso al tempo della malattia. Quella che, mentre conforta – diceva San Camillo – «come una madre» avendo il «cuore nelle mani», ci fa conoscere la premura di Dio.
Dipendenza e vulnerabilità sono centrali nel pensiero filosofico contemporaneo grazie ai contributi della filosofia da Kittay a Nussbaum. Ne ripercorre le tappe fondamentali Palma Sgreccia, docente di filosofia della salute al Camillianum, partendo dall’assunto di Maclntyre che l’uomo è un animale razionale dipendente. «La dignità umana – spiega Sgreccia – non è legata all’essere liberi, uguali e indipendenti ma è la dignità di un vivente mortale e vulnerabile che vive all’interno di una rete di relazioni e di cure. Dovremmo dunque rinunciare alla tirannia della perfezione e alla tendenza a stigmatizzare come non normali alcuni gruppi di persone».
Emerge tuttavia un rischio, prosegue: non poter definire vita umana le vite private di capacità. Ma i bisogni dell’uomo sono connessi a un valore in quanto rimandano a una cura che è sempre una relazione. Il «corpo nudo» dell’infermo suscita reciprocità: viene riconosciuto come vita umana, è una persona. I bisogni dei malati diventano diritti dei malati che abbiamo il dovere di sostenere. «Per una cura adeguata – conclude la docente del Camillianum – è fondamentale l’immaginazione: ipotizzare e lavorare per un futuro migliore». Possibile nell’immediato e in un oltre escatologico.
In una parola, veicolare la speranza. «Per noi e per coloro che curiamo», sottolinea padre Luciano Sandrin, preside del Camillianum. «Il fine è scoprire nel servizio alla salute un itinerario di salvezza, nella sofferenza un luogo di apprendimento della speranza. Gesù continua a donare ancora oggi la guarigione integrale nei gesti di una comunità, la Chiesa, che accoglie, cura e conforta i suoi figli». La speranza ha allora il volto dei terapisti, che fanno sentire ai malati «la tenerezza, la premura e l’amore di Dio che parla di sé (teo-logia) attraverso la nostra cura, che così diventa una “teodicea” pastorale».
Senza differenza tra parola e azione. Perché «il gesto della cura dell’umano è la forma dell’evangelizzazione – afferma netto il teologo padre Pierangelo Squeri –. La cura conferisce affidabilità all’arrivo di Dio. Questa è la scena-madre dell’Evangelo». L’invito di Sequeri è «andare a testa bassa contro il nuovo monoteismo del sé» che insegna a realizzare se stessi in solitudine. «La domanda radicale che salva l’uomo dalla disperazione non è chi sono ma per chi sono. Tutti hanno il loro per chi per cui decidere di continuare a vivere».
Nella moderna società mercantile e urbana, che accelera il tempo e concentra gli spazi, c’è un riconoscimento formale della vulnerabilità, ma «si corre di rischio di vedere il valore della malattia invece di quello del sofferente», avvisa Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica della Cattolica.
21 novembre 2008