«La pastorale per la vita coinvolge le famiglie»
Dalla constatazione della connessione tra i temi di bioetica e l’emergenza educativa un convegno al Regina Apostolorum. Ospite il vescovo Elio Sgreccia di Daniele Piccini
In che rapporto sta la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza con l’emergenza educativa? In che modo i recenti dibattiti sull’eutanasia e sul testamento biologico sono stati condizionati dall’indebolimento del tessuto morale e sociale, profondamente segnato negli ultimi anni dalle difficoltà della famiglia? A queste domande l’Associazione Difendere la Vita con Maria (che proprio in questi giorni festeggia il decennale della sua fondazione) – insieme alla Facoltà di Bioetica dell’Ateneo pontificio Regina Apostolorum, in collaborazione con la Preghiera Universale per la vita e con gli auspici dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della famiglia della Cei – ha cercato di trovare una risposta organizzando, lo scorso fine settimana all’interno dell’Ateno di via degli Aldobrandeschi, un convegno su “Amare la vita, il Vangelo della vita dalla Donum vitae alla Dignitatis Personae”.
«L’idea di organizzare questo incontro – ha spiegato nel suo intervento introduttivo don Maurizio Gagliardini, presidente dell’Associazione Difendere la vita con Maria – nasce dalla constatazione di una forte connessione tra i temi di bioetica e l’emergenza educativa, sottolineata da Papa Benedetto XVI nella sua Lettera alla Diocesi di Roma del 21 gennaio 2008. Il rilassamento del costume morale, la crisi del ruolo dei genitori all’interno delle nostre famiglie e le difficoltà del mondo giovanile provocano inevitabilmente un indebolimento dell’importanza della persona umana e del valore trascendente della vita. I cinque milioni di bambini soppressi legalmente negli ultimi trent’anni, circa quattrocento ogni giorno, per via della legge 194, pesano sulla coscienza collettiva e creano un’amnesia in cui non è facile ritrovare la giusta direzione educativa e formativa in cui avviare le giovani generazioni. Evidentemente c’è un qualcosa di perverso, un’amnesia, una cattiva coscienza, che impedisce all’uomo di riconoscere la soppressione del bambino concepito come un delitto».
Nel suo intervento di sabato mattina – intitolato “Evangelium vitae: un’enciclica per la pastorale della vita” – il vescovo Elio Sgreccia, bioeticista e presidente emerito della Pontificia Accademia per la vita, ha voluto indicare nell’ultima enciclica di Papa Giovanni Paolo II proprio la bussola con cui orientare il progetto educativo, missione in cui i cristiani non devono sentirsi soli. Infatti, ha detto il presule, «dobbiamo pensare la pastorale come un’azione che appartiene a Dio, che continua in Cristo, il buon pastore. La pastorale è proprio Dio che agisce e salva». «La pastorale per la vita – ha proseguito Sgreccia – deve coinvolgere profondamente tutti, famiglie e vescovi, laici e cattolici, ognuno con i propri compiti specifici e deve trovare il suo orientamento a partire dall’Evangelium vitae». L’enciclica, scritta da Giovanni Paolo II nel 1995, contiene infatti i tre cardini della metodologia dell’istruzione. «Innanzitutto il Cristo pasquale, ossia Cristo vivo attualmente, con la Sua corporeità, Cristo presente qui, nella Chiesa, nei sacramenti. Poi il Kairòs, il tempo verticale, prezioso e indilazionabile, che è il tempo in cui bisogna agire senza indugio, come nel caso degli embrioni congelati, abbandonati. Infine, il terzo cardine dell’Evangelium vitae è la Pràxis, cioè l’azione, i piani organizzativi che nella pastorale devono essere messi in pratica e agiti secondo verità». Verità che è cuore della pastorale. «La verità va intesa infatti – ha argomentato il vescovo Sgreccia – come l’amore di Dio incarnato in Cristo, e dunque la pastorale deve sempre essere intesa come l’unione di verità e amore».
Da questi tre cardini scaturisce il modo di vivere la pastorale stessa. «Concretamente – ha sintetizzato il presule alla fine delle sue riflessioni teologiche – non dobbiamo rimanere nell’ignoranza, ma capire di più, ascoltare di più, e accogliere con maggiore disponibilità quando Dio chiede all’umanità». Ascolto, che la storia dei nostri giorni, rende tuttavia difficile e pieno di ostacoli. «Più di tutto – ha detto in conclusione il presule prima di presiedere la Messa nella cappella universitaria – dobbiamo temere l’insensibilità, quel qualcosa che ottunde, ma che non è solo e semplicemente ignoranza. Ho paura di quel naturalismo liberalistico capace di farci morire di sete di fronte all’acqua. Di fronte a tutto questo bisogna essere ricettivi, come la Vergine Maria».
31 marzo 2009