La pedagogia di rottura di don Roberto Sardelli

Un convegno sulla scuola 725, fondata nel 1969 dal sacerdote per i baraccati dell’Acquedotto Felice. «Il discorso sulle periferie equivale a quello sulla condizione umana» di Jacopo D’Andrea

«Il discorso sulle periferie è il discorso sulla condizione umana ed è un discorso che giorno per giorno si allarga sempre di più». Riflette così don Roberto Sardelli, mettendo ancora l’accento su chi vive ai margini della grande città. Come ha fatto negli anni Sessanta con i migranti del meridione d’Italia venuti a Roma in cerca di lavoro e costretti a vivere in baracche per il caro-casa. E così, tra i baraccati dell’Acquedotto Felice, nel parco adiacente alla chiesa di San Policarpo, il sacerdote decide di trasferirsi. Poi, il 4 novembre 1969 compra da una prostituta la baracca 725. Lì fonda una scuola, la 725 appunto, dove per cinque anni insegna ai figli dei baraccati. In questo spazio rimesso a nuovo si sforza di fornire ai bambini gli strumenti per un’emancipazione sociale: una coscienza critica e non semplici nozioni da comune doposcuola.

Di questa «pedagogia di rottura» – la definizione è della docente di Istituzioni di Sociologia alla Sapienza Maria Immacolata Macioti – si è parlato venerdì 25 a Palazzo Valentini nell’ambito dell’incontro promosso dall’assessorato alle Politiche culturali della Provincia di Roma “Il valore del sapere – L’esperienza della Scuola 725”. Durante l’evento, sono stati presentati anche i risultati della prima ricerca storica su la scuola 725 realizzata dall’Università La Sapienza di Roma con la collaborazione dell’associazione Labnovecento che sta allestendo un archivio di tutto il materiale inerente.

A moderare gli interventi, il professore di Letteratura angloamericana della Sapienza Alessandro Portelli che definisce la scuola 725 «un’esperienza che non va ricordata solo in termini celebrativi ma anche agganciandola alla situazione presente». «Situazione in cui – concorda l’assessore alle Politiche culturali della Provincia Cecilia D’Elia – l’esperienza della scuola pubblica è sotto attacco e in cui assistiamo ancora adesso a episodi d’analfabetismo funzionale». E in cui «si auspicano esperienze didattiche come quella di don Sardelli», aggiunge l’assessore.

Il sacerdote stesso commenta che «la situazione dei ragazzi non è meno grave di un tempo: ho visitato una grotta piena di persone e un ex baraccato di quel tempo che era con me mi ha detto “Altro che baracche, noi al confronto stavamo ai Parioli!”».

La docente Maria Immacolata Macioti specifica: «Dalle nostre ricerche emerge che gli immigrati sono molto in difficoltà nelle periferie attuali perché non c’è una politica efficace radicata sul territorio che ci pensi, così come non ci sono, sul territorio, “i don Sardelli” e i grandi sindacati che c’erano un tempo a fare da punti di riferimento».

Sugli stessi toni, la docente dell’università di Roma Tre ed esperta di comunicazione interculturale Katia Scannavini: «In alcune zone – afferma – la percentuale di dispersione scolastica è molto alta. E per dispersione non va inteso solo l’abbandono della scuola ma anche la difficoltà nel comprendere e nello stabilire relazioni scolastiche. Al X Municipio ad esempio la dispersione supera il 7%». E infine conclude che l’importante nel processo formativo «è fornire ai ragazzi gli strumenti per leggere la realtà come ha fatto don Sardelli».

28 febbraio 2011

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