La poesia mistica al profumo di nardo

Pubblicata la terza raccolta di liriche del domenicano padre Alfredo Scarciglia: versi eleganti, nitidi e rarefatti, di brevità quasi aforistica di Marco Testi

Il domenicano padre Alfredo Scarciglia è ormai al suo terzo libro di poesie, dopo “Come da un giardino” (Libreria Editrice Vaticana) e “Dei tuoi degnati passi” (Cantagalli), ma già da una prima lettura di questo “Il profumo del nardo” ci si rende conto che quasi nulla è cambiato (sia detto in senso positivo) nella sua lirica, che continua a rappresentare uno dei pochissimi casi di poesia mistica rimasti nel nostro panorama letterario.

Anche in questa nuova raccolta colpisce subito l’eleganza del verso, nitido, tutto iscritto nella sua brevità quasi aforistica, una eleganza però non esibita né ricercata, ma parte integrale essa stessa del discorso poetico. Che è quello pasquale, contenente in sé la fase penitenziale, la sofferenza e poi la gioia della liberazione nella Resurrezione. Il sospetto di ricercatezza formale potrebbe venire da quell’uso, ormai tradizionale in Scarciglia, dei lemmi desueti biblici o tecnici, se non fosse che esso è giustificato da due elementi primari: da una parte quest’uso linguistico è parte integrale del verso, e non solo lo impreziosisce, ma diviene esso stesso musica, canto, scioglimento della opaca parola nel grande mare della memoria evangelica e non solo.

È un canto unitivo, inscritto nella millenaria tradizione mistica orientale e poi anche occidentale, quello presente in “Il profumo del nardo”, all’interno del quale è possibile ascoltare la lontana eco della nostalgia, del dolore-del-ritorno, della ricerca inesausta della casa del Padre, e già da questo si comprende l’importanza di un verso che sembrava perduto in Occidente, dopo che Rilke aveva sanzionato non solo la perdita di quella Casa, ma il sospetto che non si fosse mai abbandonata nessuna Dimora. L’altalena tra miraggio metafisico e disperazione di Rilke, che pure ci ha lasciato preziose tracce della ricerca di senso nella vita, è assente in padre Scarciglia. Con una precisazione: qui il canto non è certezza in senso razionale e tomistico, ma abbandono completo nelle braccia dell’amato, che è altra cosa, esattamente ciò che fa di questa una poesia mistica, e non il diario di una ricerca (che d’altronde non è da escludere). «Eccomi,/ alla Tua presenza/ Parola che seduce./ della Vigna sei grappolo maturo,/ del mosto sei attraente afrore./ ti cercherò dovunque: nelle onde del mare, nella povere della terra,/ nella luce del sole/ e nello spazio che si fa voce»: è appena un esempio della estrema rarefazione e insieme dell’accentuazione quasi carnale del desiderio, che rimane uno degli elementi portanti e riconoscibili nella poesia del padre domenicano.

L’accentuazione del carattere coniugale del verso è visibile anche nell’uso delle ripetizioni, quasi al limite dell’afasia, come a dettare il senso della impossibilità della parola a significare la sete di Dio, presente, ad esempio, in «Il paradiso ritrovato», dove viene ripetuta più volte, e a stretta distanza, l’invocazione «Dove sei?/ perché non parli?/ Perché non vieni?».

“Il profumo del nardo. Poesie di Pasqua”, di A. Scarciglia, Edizioni Feria Comunità di S. Leolino, 10 euro

23 febbraio 2009

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