La preghiera per le vittime della tratta

Cresce la piaga della prostituzione. Il presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, da anni impegnata sulle strade accanto alle vittime, Ramonda: «Vogliamo essere voce di chi non ha voce» di Christian Giorgio

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«Do you know Jesus?». Sul marciapiede che potrebbe essere quello di qualsiasi città italiana, un prete di ottant’anni, in abito talare e con grandi occhiali dalle lenti spesse, si avvicina a un gruppo di prostitute e parla loro di Gesù. Le benedice con una carezza e le invita, in un inglese dalla spiccata cadenza romagnola, a non avere paura. È don Oreste Benzi. Il sacerdote, morto nel 2007, compare al termine del video che la Comunità Papa Giovanni XXIII, da lui fondata, ha montato per pubblicizzare la Via Crucis di solidarietà e preghiera in favore delle donne vittime di tratta, prostituzione coatta e violenza prevista per venerdì 21 marzo a Roma (qui le informazioni) con la collaborazione della pastorale giovanile della Diocesi di Roma.

«Vogliamo essere voce di chi non ha voce – dice il presidente della Comunità, Giovanni Paolo Ramonda -, non vogliamo lasciare sole queste ragazze, molte delle quali minorenni, che vengono comprate dai maschi italiani pronti a calpestare la loro dignità di donna». A percorrere le vie di Roma, nel terzo venerdì di Quaresima, «abbiamo chiamato il mondo ecclesiale e le istituzioni – nota Ramonda – che hanno risposto in maniera esemplare». Accanto alla Comunità Papa Giovanni XXIII ci saranno infatti diverse realtà, dai movimenti come Rinnovamento nello Spirito alla Caritas diocesana di Roma, dalle Comunità neocatecumenali all’Unitalsi. E ancora: Sant’Egidio, il Centro Astalli, l’Unione superiore maggiori, Nuovi orizzonti. Tra le istituzioni hanno risposto la Polizia di Stato, il dipartimento delle Pari Opportunità presso la presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione Lazio e il ministero della Difesa.

«Da quando don Oreste Benzi ha iniziato, più di vent’anni fa, ad andare sulle strade da queste ragazze – ricorda Ramonda -, la Comunità è cresciuta. A oggi, sono attivi più di trenta gruppi che proseguono il suo lavoro. Circa 7.000 donne sono uscite, grazie al nostro impegno, dall’orrore della prostituzione coatta e dalla violenza; tutte accolte nelle nostre comunità per poi essere indirizzate in un percorso di reinserimento sociale». Negli anni lo sfruttamento della prostituzione è diventato una realtà consolidata nel nostro Paese, «come riportato dai dati del primo rapporto Caritas sulla tratta di persone, nell’ultimo decennio è aumentato esponenzialmente il numero di persone trafficate e sfruttate». A dirlo è l’avvocato Caterina Boca, che presta il proprio servizio presso il Centro di ascolto stranieri della Caritas di Roma a via delle Zoccolette: «Crescono i clienti, 7 su 10 disposti a pagare di più per avere rapporti non protetti, e crescono anche i casi di sfruttamento “multiplo”, come donne costrette a prostituirsi e a spacciare».

I dati più recenti, quelli relativi a un monitoraggio del 2012, parlano di 23.878 «contatti» attraverso le unità di strada, di cui 21.491 con donne e ragazze, 781 con uomini e ragazzi e 606 con persone transgender. Per quanto riguarda l’età, continuano a essere le giovani tra i 18 e i 25 anni (più del 50%) quelle maggiormente sfruttate sul mercato della prostituzione, mentre i minori sono circa il 4,5%. «Vengono principalmente dalla Nigeria e dalla Romania – dice don Aldo Bonaiuto, coordinatore della Via Crucis e sacerdote della Comunità Giovanni XXIII -. Arrivano in Italia con una promessa di lavoro, disperate, per poi ritrovarsi nella rete criminale di organizzazioni spietate che, per acquistare armi e droga, le buttano sulla strada come se fossero macchine per far soldi».

E gli schiavisti, per don Aldo, non sono «solo i “magnaccia”, ma anche i clienti che con la loro domanda alimentano questo dramma». In un anno, secondo il Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio, sono oltre nove milioni i maschi italiani che comprano il corpo delle donne, con un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese. «Davanti a questo dramma – conclude Ramonda – è vergognoso che la politica tenti, come si è sentito negli ultimi giorni, di “legalizzare” il fenomeno. Non è possibile speculare sui poveri e sui deboli, perché dietro a una persona che si prostituisce c’è sempre uno stato di bisogno e non possiamo metterci dalla parte di chi vuol far diventare le donne prostitute. Non possiamo essere conniventi con chi fabbrica le croci sulle quali vengono inchiodate queste ragazze».

17 marzo 2014

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