«La prima neve», film sull’integrazione

Luoghi suggestivi, paesaggi dal fascino antico e immutabile dove si svolge una vita legata a tradizioni lontane. Una radiografia acuta e pertinente, occasione per riflettere su un tema che ormai è nella nostra pelle di Massimo Giraldi

Andrea Segre (nella foto) fa parte di quel gruppo di registi italiani, sempre più numeroso, che si sono fatti le ossa nel «documentario», o forse, in quella parte di cinema chiamato documentario. La distanza tra le due forme espressive è ormai sempre più labile, e il cambiamento lo ha certificato l’ultima mostra di Venezia con il Leone d’oro assegnato a Sacro Gra di Gianfranco Rosi. Segre ha cominciato nel 2003 con Marghera Canale Nord. Tra gli altri lavori sono da ricordare La mal’ombra (2007) sulla zinchiera da costruire a San Pietro di Rosà, Il sangue verde (2010) sui fatti di Rosarno. Nel 2011 esordisce nel lungometraggio di finzione con Io sono Li, storia di Shun Li, che dalla periferia romana viene trasferita a Chioggia per lavorare come barista in attesa di ottenere i documenti utili per farsi raggiungere in Italia dal figlio.

A Venezia 2013, nella sezione Orizzonti, è stato presentato il suo ultimo film, che ora esce nelle sale. La prima neve è ambientato a Pergine, paese del Trentino ai piedi della Valle dei Mocheni. Luoghi suggestivi, paesaggi dal fascino antico e immutabile: dentro si svolge una vita altrettanto legata a tradizioni lontane, ad abitudini e modi di fare passati da una generazione all’altra. In questo contesto arriva Dani, fuggito dal Togo e subito dopo dalla Libia incendiata dalle sommosse. Dani ha una figlia piccola, che però ha affidato a una connazionale perché non ha il coraggio di vederla: la mamma è morta dandola alla luce durante il viaggio della speranza.

Pur avendo l’obiettivo di raggiungere quanto prima Parigi per unirsi ad alcuni connazionali, Dani ha trovato lavoro presso un anziano apicoltore. L’uomo occupa una parte della fattoria; accanto ci sono Elisa, la vedova del figlio, con il piccolo Michele. Il bambino non riesce a elaborare la perdita del padre, e ne incolpa la mamma. La convivenza tra i due è difficile, resa più ardua dal rapporto di Elisa con un altro uomo. Accomunati entrambi dal senso della perdita, Dani e Michele trovano punti di contatto e capacità per aprirsi, fino a quando Michele svelerà all’uomo il motivo della morte del padre e, quasi liberatosi, potrà convivere meglio con il proprio futuro.

Quello dell’incontro-scontro tra culture diverse è un tema caro a Segre, che lo osserva come tema «moderno» col quale fare i conti e gestire recuperando la ricchezza che entrambe le parti possono mettere in campo. Durezza, spigolosità di Dani sono osservate con lo stesso, profondo e doloroso sguardo che accompagna la descrizione della piccola comunità montana nella quale l’eredità del passato comincia a erodersi di fronte alle lusinghe del presente. Una radiografia acuta e pertinente, una bella occasione per riflettere su un tema che ormai è nella nostra pelle.

21 ottobre 2013

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