La Regione vieta l’obiezione nei consultori

I medici obbligati a prescrivere la “pillola del giorno dopo” dalla giunta Zingaretti. Interrogazione di Olimpia Tarzia. Il ginecologo Noia: «Totalitarismo culturale». Critiche dal Forum famiglie di R. S.

Regione a gamba tesa sull’obiezione di coscienza. Con il decreto «Rete per la salute della donna, della coppia e del bambino: ridefinizione e riordino delle funzioni e delle attività dei Consultori familiari regionali» la giunta guidata da Nicola Zingaretti ha imposto ai medici obiettori la prescrizione della “pillola del giorno dopo”, l’inserimento della spirale contraccettiva, la redazione delle certificazioni e autorizzazioni che precedono l’aborto.

Una decisione adottata nell’intento di contrastare il ricorso dei ginecologi – ma anche di altri operatori sanitari – all’obiezione di coscienza, che secondo l’ultima relazione 2013 al Parlamento sulla legge 194 supera il 69,3% nel 2011 a livello nazionale (e oltre l’80% nel Lazio). Nell’allegato al decreto viene messo in evidenza che l’obiezione di coscienza riguarda «l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza». E che «il personale operante nel consultorio familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e accertazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare» l’aborto.

Ancora, viene spiegato che «per analogo motivo, il personale operante nel consultorio è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici».

Oggi, contro la decisione della giunta, sarà presentata un’interrogazione in Consiglio regionale dalla consigliera Olimpia Tarzia, presidente del movimento Per (Politica etica responsabilità) e vicepresidente della commissione Cultura: «La decisione va revocata perché vìola la 194». «Siamo di fronte ad un provvedimento che si pone in aperto contrasto con la legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, che, pur essendo una legge ambigua e, a mio giudizio, profondamente ingiusta, sul tema dell’obiezione di coscienza è molto chiara, laddove all’art.9 stabilisce esplicitamente che ‘il personale sanitario non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 (dove per l’appunto si disciplina il processo di certificazione e autorizzazione che precede l’aborto stesso) e agli interventi per l’interruzione della gravidanza, qualora sollevi obiezione di coscienza’ e ciò vale, evidentemente, per “analogo motivo” anche per la prescrizione di sostanze o sistemi meccanici che procurano l’aborto.

Di violazione della legge nazionale parla anche Emma Ciccarelli, presidente del Forum delle associazioni familiari del Lazio, che riunisce 49 associazioni ed è rappresentativo di circa 30 tra consultori e centri di consulenza nel Lazio, e con 50 centri di aiuto alla vita e alla famiglia è in prima linea su questi temi. «Piuttosto che continuare a generare tensioni in un Paese che è già abbastanza provato da tante scelte scellerate del passato e da un preoccupante crollo della natalità – sottolinea Ciccarelli – si pensi invece a potenziare il ruolo e la funzione dei consultori nel territorio e ad incentivare politiche di prevenzione e di sviluppo. Chiediamo una applicazione integrale della legge 194 soprattutto negli articoli 2 e 5 che ancora risultano disattesi, piuttosto che perdere tempo a cercare cavilli lessicali per aggirare il diritto di obiezione».

Intervistato da “Avvenire”, il ginecologo Giuseppe Noia, del Policlinico Gemelli, definisce la decisione della giunta Zingaretti un segno di «totalitarismo culturale che mira a intimorire le persone, che procede con la logica della reticenza e dell’inganno e ora ha anche l’ardire di silenziare le coscienze. Le idee e l’arroganza di pochi cercano di calpestare i diritti di tutti gli altri».

25 giugno 2014

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