La tenerezza di Roma per Giovanni Paolo II: l’incontro a Trastevere

La basilica di Santa Maria ha ospitato “Ricordando Karol” con numerose testimonianze sul compianto Pontefice di Graziella Melina

«Non abbiate paura di accogliere Cristo e accettare la sua paternità». «Non abbiate paura! Anzi, spalancate le porte a Cristo!». L’appello di speranza di Giovanni Paolo II, nel giorno inaugurale del suo pontificato, il 22 ottobre del 1978, riecheggia nella basilica di Santa Maria in Trastevere attraverso un filmato. E, all’unisono, all’applauso della gente che affollava allora piazza San Pietro – martedì 1 aprile, durante l’incontro «Ricordando Karol», organizzato proprio alla vigilia del terzo anniversario della sua scomparsa, – si unisce, fino a sovrapporsi, quello dei fedeli accorsi in centinaia nella basilica trasteverina. A ricordare la figura di Wojtyla, la sua «umanità», il «fascino», la «pietà», «l’amore per Roma» («a fine giornata guardava dalla sua camera Roma illuminata e la benediceva»), «la forte carica mistica», proprio le persone che gli sono state vicino. A cominciare dal cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia e segretario personale di Papa Wojtyla (gli è stato accanto per 40 anni), la cui testimonianza è raccolta nel libro «Una vita con Karol. Conversazione con Gian Franco Svidercoschi» (ora pubblicato anche in edizione tascabile).

«Dopo l’elezione di Giovanni Paolo II ho sentito una certa inquietudine», non sapendo come avrebbe reagito «il popolo romano di fronte al nuovo Pontefice polacco», ha ammesso monsignor Stanislaw. Ma poi Giovanni Paolo II «ha instaurato un dialogo per 26 anni, avvicinando anche la Polonia al mondo cristiano», «ha offerto ai romani il suo cuore». Un affetto ricambiato. «Ho visto crescere la tenerezza di Roma nei suoi confronti», ha ricordato il cardinale Camillo Ruini, dal 1991 suo vicario per Roma. «Tante persone si commuovevano» davanti al loro vescovo. Che non volle smettere mai di esserlo, nonostante la malattia. «Quando visitiamo le parrocchie?», continuava a chiedere con frequenza al cardinale Ruini, fino a pochi mesi prima della morte.

Giovanni Paolo II «cercava un cristianesimo di popolo», ha ricordato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, «introdusse progressivamente il concetto di Chiesa come comunione». E come «famiglia». Ne è una dimostrazione la testimonianza di Francesco Masella, addetto alle pulizie del suo appartamento («ringraziava sempre per il lavoro che prestavo»), l’ultimo che ha voluto salutare.

E quella di Rita Megliorin, allora caposala del reparto di rianimazione al Gemelli. Chiamata nella tarda mattinata del 2 aprile («come tutti i figli, avevo paura di non arrivare in tempo»), fu lei che gli stette accanto fino alla fine: «È stata per me la mia riconciliazione con Dio». E come quando si saluta un papà per l’ultima volta, così fece lei, appoggiando la sua testa su quella mano che, seppur fredda, «mandava tanta forza». Fuori c’erano i canti delle persone raccolte in preghiera. Ma dentro, «in quella stanza, il tempo non esisteva più – ha raccontato commossa Rita. – C’era solo la preghiera». E «la sua forza».

Wojtyla, ha sottolineato il vaticanista Svidercoschi, ha lasciato «una Chiesa più coraggiosa, libera e giovane». Era un uomo «innamorato di Cristo, ma anche capace di incontrare l’uomo», ha poi spiegato Slawomir Oder, postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II. «Molto spesso nelle testimonianze che arrivano nel nostro ufficio ritorna la stessa percezione: lui ci guardava come fossimo immagine di Dio. Questo il segreto della sua vicinanza alla gente». Che ha saputo accettare la sua paternità. Senza paura.

2 aprile 2008

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