La tv fatta, vista e raccontata da Emilio Rossi
Dal già direttore del TG1, un appello a tutti gli operatori della comunicazione e non solo: serve più responsabilità di Mariaelena Finessi
Un appello alla responsabilità, alla presa di coscienza di tutti gli operatori del settore della comunicazione: è quello che rivolge Emilio Rossi, alla guida del Comitato per l’applicazione del Codice di autoregolamentazione tv e minori, a proposito della qualità dei programmi tv, soprattutto in riferimento al pubblico degli adolescenti e dei più piccoli. La sua è la voce di un esperto, una figura storica della tv italiana. È stato direttore del Tg1 in un’epoca difficile, e ha presieduto anche il Centro Televisivo Vaticano, occhio privilegiato delle attività del Santo Padre. Ma ha anche guidato l’Unione della stampa cattolica italiana. Un osservatore attento e competente, dunque, e insieme autorevole, che a Roma Sette illustra l’attività del Comitato e i suoi risultati: nel 2004 sono state 35 le pronunce a carico delle emittenti televisive per violazioni del Codice di autoregolamentazione.
In Italia il livello qualitativo di buona parte dell’offerta televisiva propone modelli di scarso valore pedagogico, che penalizzano la crescita etica dei minori, e la pubblicità, dal suo canto, spegnendo lo spirito critico, accende nei bambini desideri che altrimenti non avrebbero.
Naturalmente è voce comune che la qualità dei programmi televisivi lascia molto a desiderare. Fatto che è dovuto certamente a un calo di tensione morale, di buon gusto, perché no, ma in parte anche a fattori di mercato in cui il desiderio del massimo ascolto (senza badare a costi) ha il suo peso. Aspetto, quest’ultimo, che si lega anche al problema della pubblicità, che peraltro resta una sorgente di ricavi indispensabili per la tv commerciale e in parte anche per il servizio pubblico, che avendo un canone frenato non potrebbe competere altrimenti. Certamente il problema è di misura, cioè di non disdegnare i grandi ascolti, che anzi sono un merito: si tratta di mass media, infatti, non di media di elite. Tuttavia non si dovrebbe essere disposti a pagare un qualunque prezzo per ottenere il buon ascolto, e mi riferisco alla volgarità, alla violenza e soprattutto alla banalizzazione, per cui problemi della massima delicatezza esistenziale vengono ridotti a frivolezza quotidiana su cui giocare.
È del 2002 il Codice di autoregolamentazione Tv e minori. Di cosa si tratta esattamente?
Tre anni fa si decise di aprire una strada nuova: furono le stesse televisioni a fissare i criteri per una buona condotta. Ma i criteri, una volta stabiliti, vanno anche rispettati. Ecco spiegata l’esistenza di un apposito Comitato, deputato a vigilare sull’applicazione del codice. Su segnalazione del pubblico, e qualche volta d’ufficio, abbiamo esaminato centinaia e centinaia di casi ma i procedimenti in realtà si riducono a poche centinaia e i programmi per i quali è stata votata risoluzione di accertata violazione, nel triennio scarso di funzionamento del Comitato, sono 125.
Che tipo di sanzione viene applicata?
In alcuni casi si chiede di avere in futuro un comportamento diverso; in altri, dopo aver pronunciato il tipo di violazione, si fa trasmettere in un notiziario di buon ascolto che il tale programma è stato oggetto di rilevazione. Dopo la delibera, a termini del codice di autoregolamentazione, viene trasmessa all’Autorità delle comunicazioni che provvede, se lo ritiene, ad aprire un suo procedimento, che può concludersi con archiviazione o con applicazione di sanzioni pecuniarie. Sono dunque queste le nostre armi: non tante forse, ma è sempre qualcosa. Tanto è vero che su queste pur “platoniche” sanzioni ci sono arrivate delle reazioni.
La via legislativa è necessaria ma non sufficiente a garantire l’emancipazione culturale. Non crede che in questa materia sia necessaria una forte presa di coscienza da parte della società civile?
Certo che sì, nessuno mai s’illuda d’introdurre per decreto o per sanzione dei comportamenti, per così dire, virtuosi. Il valore che hanno le leggi, i codici di autoregolamentazione, le Carte e gli statuti (che forse sono anche troppi) è quello di mettere dei paletti, di dare dei segnali: com’è noto ogni legge, al di là delle sanzioni che può prevedere, ha un proprio significato pedagogico, finalizzato a “insegnare a”, a “orientare a”. Il grosso del lavoro però va fatto nel tessuto sociale, nelle coscienze delle persone. Ecco perché, soprattutto nella seconda parte di questo triennio, abbiamo cominciato anche un’azione di altro tipo, promuovendo convegni con gli organismi della pubblicità e con i medici. Peraltro, abbiamo appena terminato un ciclo di seminari condotti con la collaborazione dell’ospedale Bambino Gesù, per approfondire alcuni temi nell’ottica del pediatra e dello psicologo. Così si è discusso di “Realtà e reality”: fino a che punto giova o nuoce la confusione tra realtà e finzione, che è tipica appunto del reality show? Quindi di “Desideri e sazietà”: la moltiplicazione di desideri, di obiettivi affascinanti che ogni televisione propone, fino a che punto fa crescere le persone, e fino a che punto invece genera spaesamento e frustrazione? E infine si è parlato della violenza in televisione, con le sue ricadute in termini di paure o di contro-violenze, come il bullismo o la solitudine. Di questi tre seminari in gennaio verranno resi pubblici gli atti, con l’augurio che ce ne siano molti altri, cosicché la sensibilità delle persone e l’esercizio della cittadinanza attiva (per cui chi è scontento di una cosa lo fa sapere a chi ha il diritto-dovere di saperlo) diano nel tempo molti più frutti di quanti ne possano provenire da una risoluzione o da una sanzione pecuniaria.
Lei ha dunque speranza che qualcosa possa cambiare?
È difficile fare previsioni a lungo termine. C’è il fronte delle tecnologie nuove che rimescola le carte, anche se finora non tanto da far mettere in archivio la televisione generalista, che continua ad essere largamente in testa a tutti i mezzi. Può essere tuttavia che avvicendandosi le generazioni, fra 20 anni non sarà più così. Ma, ribadisco, la partita si gioca soprattutto sul senso di responsabilità e qui chi è che può scommettere? L’importante è che ciascuno, se ne è persuaso, ci metta del suo.
7 dicembre 2005