La vita di Rose e la Francia degli anni ’50

Tutti pazzi per Rose. Un viaggio onorico ben calato nella realtà a cavallo tra anni ’50 e ’60. Una commedia di costume tra cronaca e storiadi Massimo Giraldi

Giocando in casa, il cinema francese ha fatto il pieno nei premi del Festival di Cannes 2013, conclusosi nei giorni scorsi. Ignorando l’italiano La grande bellezza di Paolo Sorrentino, la giuria guidata da Steven Spielberg ha assegnato la Palma d’Oro a La vie d’Adele del regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche. E chissà che alla fine non si sia trattato di una restituzione di favore, dopo i Premi Oscar attribuiti lo scorso anno a The Artist, il delicato film muto che batteva bandiera transalpina ed era un omaggio al cinema americano degli anni ’20. Su molti titoli visti alla Croisette bisognerà tornare al momento opportuno, per capire se gli eccessi narrativi e visivi segnalati dalla cronaca siano effettivo specchio della crisi della società o facile ammiccamento verso facili conformismi culturali.

Per il momento, restando sia in Francia che in ambito festivaliero, va segnalato un film realizzato da quelle parti e presentato fuori concorso alla scorsa edizione del Festival di Roma, novembre 2012. Tutti pazzi per Rose, in uscita questo fine settimana, è la traduzione italiana dell’originale Populaire, più fresco e aderente. Così proposto, serve a richiamare alla memoria analoghi titoli americani di un recente passato ma non segnala i meriti. Che essenzialmente risiedono nel copione e nell’ambientazione. Siamo nella primavera del 1958 e Rose Pamphyle, 21 anni, vive in un villaggio in Normandia con il padre, un vedovo solitario titolare dell’emporio locale. Promessa in sposa al figlio del proprietario dell’autofficina, Rose avverte la necessità di sottrarsi a quel destino già segnato. Si trasferisce allora a Lisieux, dove il 36enne Louis, titolare di un’agenzia di assicurazione, sta cercando una segretaria.

Dopo un primo colloquio andato male, Rose tira fuori il colpo segreto: lei è in grado di battere i tasti della macchina da scrivere a velocità vertiginosa. Comincia da qui il cuore della storia, attraverso una dinamica sempre più incalzante. Si parte dalla provincia francese e si finisce addirittura in America, dove lei partecipa alla finale del campionato del mondo per dattilografe. Accompagnata, è ovvio, da Louis che, prima datore di lavoro, è ora il suo amico prediletto dopo una serie di indecisioni, tentennamenti, incertezze. E tutto ruota non solo intorno a Rose ma, soprattutto, agli anni ’50, ormai sul calare, che l’esordiente regista Roinsard disegna col tratto dell’acquarello, costruendo una cornice affascinante e amabile, nei costumi, nei modi, nelle espressioni. Con tale pulizia e precisione da far apparire la vicenda quasi un sogno, ma ben calato in una realtà che stava preannunciando l’emancipazione femminile dei Sessanta. Una gradevole commedia di costume per creare memoria, cronaca, storia.

3 giugno 2013

Potrebbe piacerti anche