Laboratori artigianali a Casal del Marmo
Nel carcere minorile la Caritas diocesana propone diverse attività volte alla formazione professionale. Coinvolti in tutto circa 15 ragazzi. Cresce nel frattempo il tentativo di aprire il carcere al quartiere di Alberto Colaiacomo
Per molti è solo il modo di trascorrere le lunghe giornate mentre per qualcuno diventa una vera e propria passione, la speranza di un futuro diverso. Questo, per i detenuti del Carcere minorile di Casal del Marmo, rappresentano i laboratori artigianali promossi dalla Caritas diocesana. Sartoria per le ragazze, attualmente 5 rom, e pizzeria, falegnameria e tappezzeria per i maschi, una decina in tutto. Si tratta di reclusi che vanno dai 16 ai 21 anni, nel caso di maggiorenni con condanne non definitive, e che gli educatori indirizzano a questo tipo di attività dopo averne valutato le attitudini e in sostituzione della scuola che non vogliono frequentare.
«Un’esperienza complessa, in cui è fondamentale la relazione che i maestri riescono a stabilire con i ragazzi», spiega la psicologa Alessandra Puglia, che coordina l’attività di quattro capi artigiani e di due volontari. E che nel tempo sta cercando di coinvolgere i giovani, mettendo a punto una serie di iniziative per “aprire” il carcere al quartiere. «Grazie alla collaborazione con il Municipio – spiega la coordinatrice – abbiamo prima inserito alcuni volontari del vicino centro anziani che affiancano i ragazzi nel lavoro quotidiano. L’estate scorsa, inoltre, abbiamo allestito uno stand alla “Festa dello sport” organizzata per i giovani del quartiere dove sono stati esposti i lavori realizzati nei laboratori. Per alcuni di loro è stata un’occasione importante per aprirsi all’esterno, relazionarsi con i coetanei e così prendere consapevolezza di potercela fare; si sono sentiti meno esclusi». Per questo sono allo studio altre iniziative, tra cui anche la realizzazione di un sito internet.
Con un’esperienza decennale come volontaria dell’associazione «Vic-Caritas» nel carcere di Rebibbia e da un anno responsabile di questi progetti formativi, Puglia sottolinea che il lavoro con i minori, spesso adolescenti stranieri, «è complicato dalla precarietà della loro situazione. La maggior parte sconta pene molto brevi, per piccoli reati, e rispetto ai reclusi adulti non vi è la motivazione di lavorare per mandare i soldi alla famiglia rimasta a casa».
31 ottobre 2011