“L’Avaro” firmato da Luigi De Filippo

Sul palco dell’Argentina la storia del ricco signorotto napoletano Don Attanasio Mascaturo, taccagno e in contrasto con i figli, al tempo dell’Unità d’Italia di Toni Colotta

Paginate di articoli, servizi radio-tv, film: siamo inondati da rievocazioni mediatiche del nostro Risorgimento, che dovrebbero aiutarci a celebrare nel modo giusto, senza scontri ideologici, il prossimo 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Un provvido sussidio che rimedia a tanta disinformazione, a livello popolare, su quell’evento storico fondamentale. Ma in questo il contributo più singolare l’offre il teatro: non un compunto documentario scenico bensì una allegra reinvenzione che porta la firma e l’estro di Luigi De Filippo. L’attempato ma freschissimo figlio del grande Peppino si misura a modo suo con il Molière de “L’Avaro”, calandolo in una realtà «altra» da quella in cui il genio teatrale francese ambientò questa straordinaria creazione della vecchiaia, la società del suo tempo.

Può indurre in inganno la titolazione che campeggia sul manifesto dell’Argentina (dov’è in scena fino al 19). “L’Avaro” in partenza è, sì, quello che amiamo e che ha avuto in Italia grandi interpreti, ma tradotto e adattato dal giovane ottantenne Luigi il quale, con un salto di immaginazione, fa del protagonista Arpagone il ricco signorotto napoletano Don Attanasio Mascaturo, naturalmente avarissimo, che vive, addì 1860, in una dimora un tempo lussuosa e ormai cadente. Non vale affaticarsi a cercare agganci all’originale. Ci pensa lo scenografo e costumista Aldo Buti a darci l’orientamento: all’aprirsi del sipario la megariproduzione di un delizioso acquarello dell’epoca ci mette nel bel mezzo del Vesuvio altifumante e del mare di Mergellina, mentre si sente una «tammurriata» insieme all’inno di Mameli amabilmente fischiettato.

Dominatore della scena è Don Attanasio ovvero De Filippo. Ritroviamo lo scontro fra lui e i due figli, ostacolati nelle loro mire matrimoniali, e soprattutto privati del sussidio economico per la patologica taccagneria del padre. Il tutto però, trasposto in una lingua e uno stile di vita, diciamo così, della più schietta napoletanità, diviene altro, farsa colorita e scoppiettante, anzi colorata e sgargiante nei costumi disegnati da Buti. Con tanti saluti all’Arpagone «noir», tragico, attaccato follemente al proprio denaro, e alla «cassetta» che lo contiene. Sottrattagli a mo di ricatto e poi ricomparsa nel modo che sappiamo. E l’Unità? È appena al di là delle pareti, con i canti, le grida, le notizie sull’avvento di Garibaldi e dei piemontesi, e la caduta dei Borboni protettori del padrone di casa. Finale in allegria e tricolori alla maniera «scarpettiana». Lo spettacolo, per la vitalità trascinante, funziona e diverte grazie all’alto mestiere di De Filippo, valente capocomico nel guidare un selezionato gruppo di giovani, precisi nei «tempi» comici.

10 gennaio 2010

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