«Le idi di Marzo», un intenso George Clooney

Ambientato nel mondo politico statunitense, il nuovo film diretto e interpretato dall’attore americano racconta di un giovane comunicatore coinvolto in una rete di inganni e corruzione di Massimo Giraldi

Molti film si apprestano a invadere i nostri schermi nelle prossime due settimane: storie che svariano dalla commedia alla farsa, dal sentimentale al brillante, dal fantasy al cartone animato oggi reso più suggestivo dall’aggiunta del 3D. Tra i tanti, eccone uno da segnalare perché di forte attualità sociale, politica, civile. Si tratta de «Le idi di marzo», interpretato e diretto da George Clooney. Presentato in concorso all’ultima edizione della Mostra di Venezia, il film conserva in italiano lo stesso titolo dell’originale americano, «The Ides of March»: notazione non secondaria in quanto dimostra che l’evento citato conserva un preciso riferimento anche presso il pubblico americano.

La congiura guidata da Bruto e conclusasi con l’uccisione di Giulio Cesare è un episodio di storia romana rimasto paradigmatico del momento in cui la lotta per il potere scavalca ogni limite e lascia spazio solo ad un cieco furore. All’origine del copione c’è un lavoro teatrale scritto dal commediografo Beau Willimon. Sul grande schermo il racconto è ambientato nel mondo politico statunitense in un prossimo futuro, durante le primarie in Ohio per la scelta del candidato alla presidenza del Partito democratico.

Il personaggio centrale è all’inizio Stephen Meyers, giovane idealista responsabile del settore comunicazione, ruolo centrale nello staff di un candidato perché in grado di plasmare il carattere della persona, di modellarne il profilo, i modi di muoversi, parlare, agire. Stephen lavora per il governatore Mike Morris, che sembra ben avviato per ottenere la candidatura e pensare quindi alla Casa Bianca. Quando arrivano i momenti decisivi però, qualcosa si inceppa, e Stephen si trova suo malgrado coinvolto in una rete di inganni e di corruzione. Qui conviene non aggiungere altro perché la trama vira decisamente verso il thriller politico.

Si tratta per i personaggi principali di fare i conti con situazioni che richiedono freddezza e cinismo, di operare scelte che invadono sfere morali ed etiche: i rapporti sentimentali piegati a occasione per cambiare il destino delle cose (c’è di mezzo anche un aborto). Dopo aver esordito come regista nel 2002 con «Confessioni di una mente pericolosa», Clooney è ormai un uomo di cinema «totale»: scrive, dirige, produce, interpreta. La radiografia del sistema politico americano è tanto spietata quanto in realtà profonda, amara, però sempre in grado di lasciare in primo piano la convinzione che la sincerità deve essere il primo tratto distintivo di chi sceglie quel percorso. Film intenso, duro, mai accomodante: forse più utile di molti, vuoti dibattiti.

12 dicembre 2011

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