L’enciclica sulla speranza
Presentata “Spe salvi”, a meno di due anni dalla “Deus caritas est” sull’amore. Gli interventi dei cardinali Cottier e Vanhoye di Angelo Zema
«Un prezioso compagno per vivere in pienezza la speranza»: così il cardinale Georges Marie Martin Cottier, domenicano, pro-teologo emerito della Casa Pontificia, ha definito la nuova enciclica di Benedetto XVI. “Spe salvi” (“Salvati nella speranza”), un documento di 77 pagine sulla speranza – presentato stamattina, venerdì 30 novembre, nella Sala Stampa della Santa Sede – che fa seguito all’enciclica sull’amore, la “Deus caritas est” (firmata il 25 dicembre 2005).
«In questa nuova enciclica – ha affermato alla presentazione il cardinale Albert Vanhoye, gesuita, professore emerito di Esegesi del Nuovo Testamento al pontificio Istituto Biblico – ritroviamo il Papa profondo teologo e nel contempo pastore attento alle necessità del suo gregge».
Accanto a «riflessioni molto approfondite sui rapporti tra la speranza cristiana e la fede cristiana, nonché sull’evoluzione della mentalità moderna nei confronti della speranza cristiana – prosegue l’autorevole biblista -, troviamo pagine commoventi su grandi testimoni della speranza, a cominciare da sant’Agostino, che viveva in un’epoca drammatica, e fino ai tempi più recenti, quelli di santa Giuseppina Bakhita, un’africana del 1800, fatta schiava all’età di 9 anni, martoriata da crudeli padroni, ma finalmente liberata e nata alla speranza grazie all’incontro con il Dio dei cristiani, salvatore pieno di amore».
A proposito di grandi testimoni, il Santo Padre cita anche lungamente la lettera di un martire vietnamita dell’800, Paolo Le-Bao-Thin, che subì «crudeli supplizi di ogni genere», ma rimaneva «pieno di gioia», perché non era solo, Cristo era con lui. Egli scriveva: «Mentre infuria la tempesta, getto l’ancora fino al trono di Dio: speranza viva che è nel mio cuore…». E ancora, l’«indimenticabile» cardinale Nguyen Van Thuan, il quale «da 13 anni di prigionia, di cui nove in isolamento … ci ha lasciato un prezioso libretto: “Preghiere di speranza”. Durante 13 anni di carcere, in una situazione di disperazione apparentemente totale, l’ascolto di Dio, il potergli parlare, divenne per lui una crescente forza di speranza».
«La breve introduzione dell’enciclica», ha spiegato il cardinale Vanhoye, «dimostra subito l’importanza decisiva della speranza, che sarà poi ribadita più volte. Per poter affrontare il presente con tutti i suoi problemi e le sue difficoltà, abbiamo assolutamente bisogno di una speranza veramente valida e ferma».
In cosa consiste? Il nucleo della risposta, indica il Papa, è nel brano della lettera agli Efesini citato all’inizio del documento, quando Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo, fossero «senza speranza e senza Dio nel mondo». «Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza»: così scrive Benedetto XVI, che precisa come , lungi dall’essere individualistica, l’autentica speranza cristiana aspira a «una salvezza comunitaria». E cita in proposito la dottrina e l’esempio di San Bernardo di Chiaravalle.
L’enciclica osserva che il concetto di speranza cristiana ha subito negli ultimi secoli una evoluzione negativa, che ha le sue antiche radici nell’opera di Francesco Bacone alla fine del ’500. E ripercorre due «tappe essenziali della concretizzazione politica» della speranza nella visione del pensiero moderno: la Rivoluzione francese e la «rivoluzione proletaria» avviata da Marx, il cui errore risiedeva nel materialismo.
«Le buone strutture – sottolinea il Papa – aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno. L’uomo viene redento mediante l’amore». L’amore incondizionato di Dio. Amore che «si rivela nella responsabilità verso l’altro», come risalta dalla vita di Sant’Agostino, spesso citato nell’enciclica. È quell’amore che dà slancio alla speranza. E rende vivo il regno di Dio.
«Il suo regno non è un aldilà immaginario», scrive il Papa, «è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge». Ma dove, concretamente, si apprende ed esercita la vera speranza? Benedetto XVI indica alcuni «luoghi». La preghiera, intesa come purificazione interiore dove l’uomo «non può chiedere le cose superficiali e comode»; ancora, l’azione e la sofferenza (la «capacità di soffrire dipende dal genere e dalla misura della speranza che portiamo dentro di noi e sulla quale costruiamo»); il Giudizio di Dio, che è speranza «sia perché giustizia, sia perché è grazia».
La conclusione – dopo spiegazioni sull’inferno, sul purgatorio e sulla preghiera per i defunti – è un’intensa preghiera a Maria, «stella della speranza». Questa la parte finale della preghiera: «Presso la croce, in base alla prola stessa di Gesù, tu eri diventata madre dei credenti. In questa fede, che anche nel buio del Sabato santo era certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di Pasqua. La gioia della risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù mediante la fede. Così tu fosti in mezzo alla comunità dei credenti, che nei giorni dopo l’Ascensione pregavano unanimemente per il dono dello Spirito Santo e lo ricevettero nel giorno di Pentecoste. Il “regno” di Gesù era diverso da come gli uomini avevano potuto immaginarlo. Questo “regno” iniziava in quell’ora e non avrebbe avuto mai fine. Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!»
30 novembre 2007