Paola Ricci Sindoni

«Un problema di cultura, di mancanza di educazione»: sempre più in crescita il fenomeno della prostituzione da Agenzia Sir

Presentato a Milano, lo studio “How much”, condotto per la Commissione europea dalla Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) con i ricercatori di Transcrime (Centro interuniversitario sulla criminalità transnazionale) dell’Università di Trento e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: si tratta di un lavoro nel quale viene disegnato l’identikit dei clienti di prostitute.

Il 22 dicembre, anche in risposta alle ipotesi di alcuni politici di regolarizzare il fenomeno e di concentrare gli sforzi di contrasto solo verso la prostituzione minorile, l’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”, unita a tante espressioni del mondo cattolico e civile, ha indetto una manifestazione di solidarietà e di preghiera, alle ore 20.30 a Roma, per le vittime della tratta, per quelle già morte a causa della prostituzione e per quelle che rischiano la vita ogni giorno.

Intanto, è in discussione in questi giorni il disegno di legge recante “Norme in materia di prostituzione”. Sul fenomeno sempre più rilevante (secondo il Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio in Italia sono 9 milioni i clienti delle prostitute, che sono stimate in 70mila, di cui più della metà straniere), abbiamo sentito Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia morale all’Università di Messina.

Perché sono tanti gli uomini che si rivolgono a prostitute?
Si tratta di un fenomeno che segna la differenza tra il maschile e il femminile. Non si troveranno mai marciapiedi pieni di uomini o donne che vanno alla ricerca della loro soddisfazione sessuale per le strade. Si ha proprio qui una differenza netta tra la gestione della sessualità maschile e femminile. Di solito, si dice che nel maschio l’istinto è più forte. In realtà, anche la donna ha una sua vita sessuale che non gestisce, però, semplicemente in modo istintuale. Tra l’altro i clienti delle prostitute, come rivelato dallo studio “How much”, cercano affetto e comprensione, che sono modalità di gestione dell’eros. Allora, è possibile iniziare a sviluppare un’educazione che non è soltanto il rispetto del femminile (evitando pratiche di dominio e sfruttamento), ma anche un diverso modo di gestire il legame affettivo, di disciplinare la propria istintualità. È un problema di cultura, di mancanza di educazione, di sfilacciamento di legami. Non è un caso che i numeri negli ultimi anni mostrano un incremento del fenomeno. All’epoca della legge Merlin, cioè della chiusura delle case di tolleranza, si contavano circa duemila prostitute mentre ora si parla di 70/100mila. C’è quindi un logoramento del tessuto affettivo, relazionale e se questi uomini per lo più sono sposati e con figli significa che qualcosa nella coppia non funziona. Nella separazione tra maschile e femminile, la donna non viene accettata nella sua dignità e diventa ancora di più oggetto di dominio. Queste pratiche contorte hanno un riflesso negativo sul piano sociale, familiare, sul legame della coppia.

Se il fenomeno è in crescita, di chi è la maggiore responsabilità: degli uomini, delle stesse donne, dei media?
La colpa di questa situazione va divisa tra tutti questi referenti sociali. Ancora da parte maschile e di buona parte della società non si è accettata l’evoluzione del femminile: a mio avviso, infatti, è una sconfitta dell’emancipazione femminile questo aumento vertiginoso della donna ridotta a oggetto sessuale, a offerta di sesso a pagamento. Allora, questi movimenti di liberazione della donna non sono riusciti a liberarla quanto, piuttosto, a renderla più schiava. Di chi è la colpa? Probabilmente, anche di certi tipi di rivendicazione del femminile, quando sono aggressivi, quando rivendicano anche l’autonomia della propria sfera sessuale come se fosse una bandiera da impugnare contro il maschio. Questo modo di fare crea ulteriori spaccature e divisioni, per cui la donna continua ad essere ancora di più oggetto di dominio. Perciò, bisogna sviluppare un’educazione al rispetto reciproco del maschile e del femminile.

In questo ambito anche i media potrebbero giocare un ruolo?
Credo di sì. Basti pensare ai siti pornografici, alle riviste, ai programmi televisivi dove il primato della gestione della sessualità come oggetto di mercificazione diventa immagine applaudita, colta come elemento da guardare e godere da parte del maschio e da imitare da parte del femminile. Il tutto rientra nella logica della donna oggetto di desiderio e di sfruttamento e provoca nell’immaginario collettivo l’idea di una preminenza della dimensione sessuale rispetto ad altri tipi di prestazioni di tipo intellettuale, culturale, di simpatia, di capacità di gestire la comunicazione, che fanno parte della donna, ma che vengono considerate secondarie rispetto alla carica erotica che riesce a trasmettere. Si tratta di un maxi-fenomeno in cui si riverberano aspetti socio-criminosi che bisogna contrastare anche con politiche di sviluppo contro lo sfruttamento: ma ciò resta in linea di principio se non si parte dal basso. Occorre, perciò, sviluppare un’educazione al rispetto reciproco, a un’identità sessuale maschile e femminile. Questa politica di sensibilizzazione e di educazione è compito anche della Chiesa. Quindi, è necessario partire dal basso, dalle nostre comunità mettendo in luce che uomini e donne sono diversi, ma questa differenza è una risorsa, che esige reciprocità e rispetto.

30 novembre 2007

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