Luca Diotallevi
Verso il convegno ecclesiale di Verona: la lettura del sociologo che farà da relatore sul tema della cittadinanza di Francesco Lalli
Il 4° Convegno ecclesiale nazionale che si terrà a Verona dal 16 al 20 ottobre sul tema “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo” è il più importante appuntamento della Chiesa italiana degli ultimi dieci anni. Saranno 2.800 i delegati che giungeranno nella città scaligera il 16 ottobre. Tra questi 1.800 provenienti dalle Chiese locali, 70 dalle comunità italiane all’estero, dal mondo dell’immigrazione e dalle missioni cattoliche italiane nel mondo; 265 i delegati delle aggregazioni laicali e 64 quelli degli organismi nazionali e degli istituti di vita consacrata. Romasette.it in vista di questo significativo appuntamento ha intervistato il professore Luca Diotallevi – docente di Sociologia presso l’università di Roma Tre, autore di opere come “Il rompicapo della secolarizzazione italiana” e, più di recente, della ricerca “La parabola del clero” – che è membro della giunta del Comitato preparatorio del Convegno e relatore sul tema della “cittadinanza”.
Che cosa rappresenta il Convegno di Verona per la Chiesa italiana: un punto di arrivo o di partenza?
Il Convegno ecclesiale nazionale è un appuntamento decennale che ha un obiettivo preciso e cioè quello di verificare la ricezione e la continuazione da parte della Chiesa italiana del Concilio Vaticano II. Questa resta la priorità, dal momento che proprio il Concilio ha definito l’orientamento del cristianesimo nel terzo millennio. Un grande strumento di verifica e di partecipazione dunque, che ha trovato nuova linfa e nuovi orientamenti anche grazie alle sollecitazioni di Giovanni Paolo II e, recentemente, di Benedetto XVI.
Lei che ha girato molto l’Italia in questi mesi per presentare i temi dello Strumento di lavoro in preparazione all’evento di Verona, che Chiesa ha incontrato nelle comunità con cui è entrato in contatto?
Una Chiesa molto generosa, molto impegnata e interessata, soprattutto per quanto riguarda le medie e piccole diocesi che sono la maggioranza. C’è una grande attenzione, responsabile e preoccupata, poiché è forte la consapevolezza di una Chiesa che si trova a vivere un grande momento di trasformazione. E poi, naturalmente, un clima di grande attesa e la speranza che vi sia una reale partecipazione a quest’importante appuntamento che per molti versi costituisce ormai un fenomeno unico nel tessuto di questo Paese.
In cosa consiste questa unicità?
Se mi permette l’osservazione sociologica, guardando ad ambiti completamente diversi come la politica, o ad altri fenomeni d’impatto sociale, oggi non è possibile trovare nulla di analogo. Delle persone che a migliaia confluiscono in una città con lo scopo d’incontrare altre persone, assolutamente normali, per confrontarsi, discutere, raccontare la propria esperienza: mi pare un fatto eccezionale. Qui non stiamo parlando di un convegno costituito unicamente da esperti teologi e preti, ma soprattutto dall’ossatura del cattolicesimo italiano che è fatto di parrocchie e associazioni.
Fragilità, cittadinanza, lavoro e festa, tradizione. Gli ambiti del Convegno ecclesiale sono importanti e sentiti proprio perché appartengono all’esperienza di ciascuno. Come si può essere, però, testimoni credibili affrontando la quotidianità da cristiani con coraggio e speranza?
C’è moltissima gente che crede, ogni giorno, che in Cristo e nella Chiesa è possibile una sintesi efficace tra fede e vita. Credo, da questo punto di vista, che una parte molto importante in questo convegno l’ha avuta la Segreteria generale della Cei quando ha pensato non solo al significato della santità oggi ma a ciò che ha rappresentato nella storia di ciascuna comunità. È stato chiesto alle Chiese locali, dunque, non soltanto il nome di un santo rappresentativo della diocesi ma anche di un testimone regionale. Se lei scorre quest’ultima lista dei nomi si trova ad attraversare strati sociali e culturali tra loro assai diversi e non trova i “professionisti” della religione ma i padri e le madri di famiglia; tutte persone che – per dirla con San Paolo – sono riuscite ad «arrivare in fondo alla loro corsa». Questo coincide in maniera straordinaria con l’immagine che la Chiesa si è data attraverso il Concilio.
Verona vedrà nei giorni del Convegno anche molti eventi culturali. Il cammino da Palermo 1995 ha guardato molto anche alla cultura e a un rinnovato dialogo con essa. Lei che è uno studioso, che bilancio traccerebbe di quest’attenzione?
Credo che una delle cose che tra trent’anni si ricorderanno di questi tre lustri del Cardinale Ruini alla guida della Cei è certamente l’essere riuscito a “far digerire” la pillola della cultura ad una Chiesa in passato troppo ripiegata su se stessa e in un diffuso anticulturalismo. Un atteggiamento che era giunto a un punto critico che appariva del tutto opposto alla grande tradizione ecclesiale, capace di fecondare ogni ambito con il seme del Vangelo. Oggi l’attenzione nei confronti della cultura è una dinamica pienamente legittimata, così come quella di una fede pensata, meditata anche alla luce della cultura. Tutto ciò era impensabile solo quindici anni fa.
21 luglio 2006