Marino Bartoletti e il gusto di raccontare storie

Intervista al giornalista sportivo ideatore di “Quelli che il calcio”. «Lo sport è fatto di persone in grado di trasmettere valori veri, sta a noi scovarli» di Giulia Rocchi

Ha girato il mondo, seguendo gli atleti italiani in 10 Olimpiadi. Ha inventato un programma cult come “Quelli che il calcio”, e lo ha condotto per 8 anni insieme con Fabio Fazio. E’ stato il primo direttore di Rai Sport. Ha iniziato la sua carriera dalle colonne del Resto del Carlino e adesso è opinionista della Rai, uno dei volti più noti dello sport italiano. Marino Bartoletti, classe 1949, è nato a Forlì e qui è tornato in occasione del convegno della Fisc ( Federazione italiana settimanali cattolici) sull’informazione e la ricerca della verità. E lui, da giornalista che ha sempre cercato di raccontare belle storie, bacchetta i suoi colleghi che, da tante radio e televisioni locali, incitano a prendersela con gli arbitri o con le tifoserie avversarie. «Bisogna sempre porsi il problema di chi ascolta, altrimenti si cade nel peccato di scandalo».

Cosa significa?
Il peccato di scandalo è quello commesso da persone più forti nei confronti di persone più deboli. Si macchia di questo peccato chi usa i poteri che possiede per spingere altri ad agire male. Sto citando il catechismo della Chiesa Cattolica… un testo che bisognerebbe far studiare all’esame per diventare giornalisti.

Questo è dunque l’errore più grave in cui può cadere un giornalista sportivo, e non solo. Ma qual è invece un obiettivo, positivo, a cui dovrebbe aspirare?
Secondo me, parlando del mio settore, ci sono storie distorte, che possono invece essere declinate in maniera straordinaria. Bisogna ricordare sempre che lo sport non è fatto solamente di malefatte, di campioni che guadagnano 8 milioni di euro all’anno e si accompagnano alle “veline”, ma di persone che sono in grado di trasmettere dei valori veri. Ce ne sono ancora tanti, sta a noi scovarli e divulgarli.

Che differenza c’è tra “fare il giornalista” e “fare il giornalista sportivo”?
Per molto tempo il giornalista sportivo, a torto, ha sofferto il complesso di essere “soltanto” un giornalista sportivo. Poi ti accorgi invece che non soltanto il linguaggio sportivo viene mutuato dagli altri, e penso a espressioni come “fare pressing”, “zona Cesarini”, “essere messo all’angolo”, ecc. Ma certe volte anche la parte peggiore del giornalismo sportivo viene ripreso, ad esempio, dai cronisti politici. Si dice infatti che c’è chi “fa gli spogliatoi di Montecitorio”. Io sono orgoglioso di essere un giornalista sportivo, ho avuto la fortuna di raccontare storie importanti, con uomini importanti, e credo anche con decenza professionale.

Qual è un consiglio che si sente di dare a un giovane giornalista?
Di essere sempre curioso e onesto.

Dopo 40 anni di carriera ha ancora un sogno professionale da realizzare?
Il problema di chi ha fatto tante cose è che si restringe il tunnel dei sogni. Mi piacerebbe raccontare ancora delle belle storie che possano fare più bello lo sport di quanto non sia. Mi è già successo quando abbiamo fatto “Quelli che il calcio”. Spero che il Signore mi dia un altro guizzo per fare una cosa del genere.

24 marzo 2009

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