Mario Pollo: «È urgente rimettere al centro la funzione educativa»

Il pedagogista racconta il rapporto tra i giovani e gli adulti. Con più di un’incursione nel mondo della fede di Chiara Ludovisi

Credono in Dio, ma solo pochi hanno una solida fede autenticamente cristiana; sono educati a difendersi, piuttosto che a conquistare la loro unicità. Sono i giovani del nostro tempo, a cui la Chiesa si rivolge con crescente attenzione e per i quali prova a inventare nuovi linguaggi, più immediati ed efficaci di quelli tradizionali. Il professor Mario Pollo insegna Pedagogia sociale presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa) di Roma e conosce bene la realtà giovanile, che da anni osserva e studia. Nel 2003 ha svolto un’inchiesta, su commissione della diocesi di Roma, per esplorare l’universo della fede cattolica tra gli adolescenti romani. La ricerca è stata pubblicata con il titolo “Il volto giovane della ricerca di Dio” e ha svelato le peculiarità e le difficoltà della relazione tra i ragazzi e la spiritualità cristiana.

Professor Pollo, qual è il rapporto che i giovani di oggi hanno con il mondo degli adulti?
La nostra relazione con le giovani generazioni risente della nostra idea di futuro: un futuro che vediamo come minaccioso e problematico, non più come luogo di redenzione e realizzazione delle ideologie. In un simile contesto, i giovani stessi sono considerati un problema e vengono educati a combattere, anziché a conquistare la loro unicità. Il compito della comunità cristiana è cambiare la cultura sociale che abitiamo e rimettere al centro la funzione educativa, per aiutare ciascuno a scoprire il dono della propria vita e a costruire una propria progettualità.

Quale attenzione e quanto interesse prestano i giovani ai temi della fede cristiana?
Va detto innanzitutto che la grande maggioranza dei giovani afferma di credere in Dio. A partire da questa premessa, esiste tuttavia una biforcazione piuttosto netta all’interno del mondo giovanile. Da un lato, vi è una minoranza che mantiene una solida appartenenza ecclesiastica: si tratta di ragazzi che frequentano assiduamente la parrocchia, i gruppi e le associazioni parrocchiali e che vivono la fede con grande partecipazione e, in alcuni casi, anche con un certo fanatismo. La maggioranza invece, pur non negando l’esistenza di Dio, è disposta a mettere in dubbio, per esempio, la divinità di Gesù. Sono quei giovani che pur dichiarandosi cristiani non riconoscono la propria appartenenza alla Chiesa e vivono il proprio credo in modo eccentrico, immaginando un Dio che non è quello cristiano.

Questo significa che la maggioranza dei giovani, pur professandosi cristiana, di fatto non partecipa alla vita della comunità cristiana?
Esattamente. Sono giovani che vivono distanti dalla parrocchia, non appartengono naturalmente ad alcun gruppo o associazione religiosa e, a causa di questa distanza e di questa solitudine, rischiano la deriva della propria fede, tanto da mettere in dubbio verità fondamentali. In altre parole, possiamo dire che oggi, se un giovane non è inserito all’interno di un gruppo o non partecipa attivamente alla vita parrocchiale, difficilmente riuscirà a mantenere un’autentica fede cristiana.

Allora cosa può fare la Chiesa, per riaprire un dialogo con questi giovani che sono lontani e rischiano di perdersi?
Deve sicuramente intensificare il proprio impegno missionario per andare laddove i giovani vivono: dalle chiese e dalle sacrestie i sacerdoti e i loro collaboratori devono spostarsi sulle strade, nei bar, nelle discoteche …

Esperienze di questo genere, in effetti, stanno nascendo e si stanno diffondendo nel nostro paese.
Sì, è vero. Occorre però anche mutare linguaggio: la missione non deve avere come primo obiettivo quello di evangelizzare ma innanzitutto quello di accogliere umanamente, di proporre a questi ragazzi una crescita umana, prima che cristiana. Deve aiutarli a scoprire il valore della propria vita e della propria unicità: solo allora, potrà annunciare loro che Dio è il Signore della loro esistenza.

25 gennaio 2006

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