Motivare allo studio, ecco la “ricetta”
Le dimensioni del sapere al centro del seminario promosso dall’Ufficio diocesano per la pastorale universitaria di Giulia Rocchi
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Il sapere come piacere. Ecco la ricetta per prevenire gli abbandoni universitari, e motivare gli studenti che iniziano il percorso accademico. A prepararla, sabato mattina all’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, rappresentanti di tutti gli atenei romani, da quelli statali a quelli pontifici, riuniti nel seminario “Lo studio universitario: identità e prospettive”, promosso dall’Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato. «La questione educativa che la diocesi ha posto al centro della propria attenzione pastorale – afferma monsignor Lorenzo Leuzzi, direttore dell’Ufficio diocesano – passa attraverso il rilancio e la rimotivazione allo studio».
A introdurre i lavori Marina D’Amato, professoressa di Sociologia all’università di Roma Tre. «L’idea di motivare allo studio attraverso un seminario di docenti – spiega – ci è sembrata buona per cercare nuove modalità per far capire ai ragazzi che lo studio è un piacere e un privilegio». Per riuscirci, professori e assistenti devono sottolineare, con i propri studenti, la dimensione del «sapere come infinito – dice la sociologa -, che ci riporta anche a Dio, nell’ottica cristiana che condividiamo». Necessario anche puntare sul «sapere come impegno – prosegue -, come ciò che consente di far parte in modo più responsabile della cittadinanza». Non solo il mondo accademico, però, è chiamato al compito di sostenere i giovani lungo il cammino universitario. Secondo D’Amato, le istituzioni locali dovrebbero dare maggiore legittimazione allo status di studente, come avviene in diversi Paesi. Offrendo, ad esempio, «strutture che rendano lo studio più agevole». Le biblioteche potrebbero «restare aperte qualche ora in più», esorta la docente di Roma Tre, e si potrebbe pensare «a una carta che consenta di ottenere sconti per i musei e i teatri».
Per Mario Pollo, professore alla facoltà di Scienze della formazione della Libera università Maria Ss. Assunta (Lumsa), si tratta invece di «spostare la motivazione dall’uso dell’università come mezzo per occupare caselle nel mondo del lavoro, e riscoprirne il valore formativo». E spiega: «Nella nostra società si dà valore alla cultura in quanto consente il raggiungimento di obiettivi pratici, di mobilità sociale verso l’alto, che in realtà, invece, l’università non è in grado di garantire. Solo una minoranza degli iscritti persegue obiettivi culturali». Sono quindi gli atenei stessi a doversi mettere in discussione per ripensare il rapporto con gli studenti. E far sentire i ragazzi, sottolinea il professore della Lumsa, «parte di una comunità solidale». Tocca allora ai docenti «saper trasmettere passione per il sapere». Ma non solo. Si può pensare anche a «potenziare i tutoraggi» e a un «servizio di orientamento in itinere», suggerisce Mario Pollo, in grado di «aiutare gli studenti a scoprire tutte le risorse e le potenzialità che hanno dentro loro stessi».
29 ottobre 2007