Musica in chiesa, custodire il sacro
Il colloquio fra Riccardo Muti e il cardinale Gianfranco Ravasi, a conclusione del progetto “Una porta verso l’infinito”. Il cardinale (nella foto): «Abbiamo bisogno dei grandi musicisti contemporanei» di Mariaelena Finessi
Riportare decoro nelle musiche da eseguire in chiesa: una necessità di cui si dicono convinti il direttore d’orchestra Riccardo Muti e il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi, che lunedì 4 giugno si sono confrontati nella basilica di Santa Maria in Ara Coeli al Campidoglio sul tema “In dialogo: fede e musica”, appuntamento conclusivo del progetto “Una porta verso l’infinito. L’uomo e l’Assoluto nell’arte”, promosso dall’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato in collaborazione con il Pontificio consiglio della cultura.
«Sono stato già attaccato in passato – ricorda Muti – quando ho sottolineato il dovere di portare nelle chiese tutte quelle grandi composizioni sacre che sono tra i capisaldi della letteratura musicale, ma io resto del parere che la musica abbia un certo potere di elevare lo spirito di colui che, pur non credente, entra in una chiesa». Il direttore d’orchestra, in questi giorni impegnato al Teatro dell’Opera con le ultime repliche dell’Attila di Verdi, cita proprio il compositore emiliano per rispondere alla domanda se per seguire musica sacra occorra avere la fede in Dio. «Se un musicista suona ad esempio il “Te Deum” di Verdi – spiega Muti – mi chiedo cosa in realtà stia eseguendo: solo la musica o anche il testo? E se esegue anche il testo, là dove nelle ultime battute il soprano canta “In te speravi; non confundar in aeternum. In te, Domine, in te speravi”, come fa, pur ateo, a non essere colto dal dubbio? Impossibile».
Verdi, che da molti è ritenuto cattolico e da altri invece agnostico, in questa sua ultima opera – tanto amata da lasciare scritto nel testamento di volerne una copia da mettere nel feretro, sotto il suo capo – sembra quasi voler trattenere quel desiderio di ringraziare Dio per la vita che ha donato agli uomini. «Le parole del soprano – spiega il Maestro – sono di speranza, “In Te, Signore, ho sperato: fa che io non sia confuso in eterno”, ma c’è qualcosa nell’intonazione che sembra un lamento. Spente le voci, anche il suono dell’orchestra si spegne. Gli ultimi a terminare sono i contrabbassi che lasciano un’ombra di tristezza e di dubbio».
«Il credere ha come filo conduttore la ricerca – aggiunge a sua volta il cardinale Ravasi -. Nella Bibbia la figura di Abramo è in tal senso quella più simbolica: Abramo è colui che sale, percorrendo un itinerario che non è certo sereno ma è invece un viaggio tormentato. E anche quel “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” non è il non credere di Cristo ma è la momentanea oscurità». Tutto questo per dire che non è mai bene trincerarsi in «categorie troppo rigide», continua il porporato, che è anche presidente de “Il cortile dei Genitili”, sorta di spazio culturale in cui a incontrarsi sono le idee del credente e del non credente, in un dialogo che sia fertile per entrambi.
Ad ogni modo, considerando che la liturgia è “lumen”, cioè rappresentazione, segno, e “numen”, ovvero «sacralità e mistero, con un suo canone quindi obbligatorio», non si può eseguire in chiesa una qualunque musica. «La dimensione sacrale deve essere sempre custodita», ribadisce il cardinale Ravasi, prendendo le distanze dall’abitudine di ricorrere a composizioni di dubbio gusto e qualità che per anni hanno accompagnato la liturgia. «La musica deve tornare allora all’interno dei seminari – è la premura del porporato – per poi far capire ai sacerdoti quali musiche devono essere eseguite nelle chiese, senza confondere la comprensibilità delle composizioni con la banalità, come avviene oggi. E tuttavia la musica deve anche riuscire a registrare il mutamento e l’evoluzione dei tempi, così come avvenne con la polifonia quando sostituì la monodia del gregoriano. Per questo – conclude il cardinale Ravasi – abbiamo bisogno di grandi musicisti contemporanei» che, come nella grande esperienza del passato, facciano convivere il “lumen” e il “numen”, anche se attraverso un nuovo linguaggio.
5 giugno 2012