Mutual Admiration Society

di Luciano Pascucci

«Diamoci dunque alle opere della pace e all’edificazione vicendevole…» (Rom 14,17-19). È molto importante per noi sacerdoti questa esortazione di San Paolo, in un tempo di forte individualismo e di indifferenza, pur vivendo più spesso di prima a contatto con gli altri. Edificarsi a vicenda vuol dire lavorare in maniera costruttiva, parlare in maniera costruttiva. Lavorare perché l’altro si costruisca come persona e come sacerdote.

Probabilmente l’aria di decadenza che si respira porta a un atteggiamento quasi di svendita, poco costruttivo, per cui non siamo tanto incoraggiati e motivati a fare il bene e a portare gli altri a fare altrettanto. «Il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare» (Ger 14,18). Così, invece che incoraggiarsi a vicenda, ci si scoraggia a vicenda, tendendo al lamento e al pessimismo. Dovremmo essere tutti come Barnaba, figli dell’esortazione, disposti a incoraggiare e a entusiasmare i nostri fratelli nella fede.

«Un pastore non si lamenta della sua comunità con Dio e tanto meno con gli uomini; la comunità non gli è stata affidata perché egli faccia l’accusatore davanti a Dio e agli uomini. Chi è deluso di una comunità cristiana nella quale è stato posto, esamini prima se stesso. Se non è solo un ideale personale che si spezza… Riconoscendo la propria colpa, interceda per i suoi fratelli, si dedichi al suo compito e ringrazi il Signore» (D. Bonhoeffer).

Oggi, una delle parole che si usa di meno è la parola “coraggio”, detta alle persone che ci stanno vicino. Non è facile trovare un anziano che incoraggia un giovane sul cammino intrapreso, o un giovane che incoraggia un anziano a vivere nella speranza, nonostante tutto, perché c’è Dio che ci assiste. È necessario, per questo, ritrovare le motivazioni forti della nostra fede e del nostro ministero, è necessario ritrovare Cristo risorto accanto a noi, come i discepoli di Emmaus. E allora non cammineremo più delusi e stanchi sulla nostra strada, ma passando dalla delusione alla speranza, sapremo correre dai fratelli incoraggiandoli ed edificandoli.

I santi sono quelli che, tenendo lo sguardo fisso su Cristo, non si sono lasciati condizionare da niente e hanno puntato tutta la loro vita nel fare il bene; e così hanno trascinato tanti altri sulla scia del bene con il loro esempio e la loro testimonianza. C’è un’edificazione degli altri visibile, come anche c’è una edificazione invisibile, ma molto efficace che consiste nell’impegnarsi su ciò in cui gli altri fanno più difficoltà. Che si affermi tra tutti noi la regola della edificazione vicendevole; solo così daremo un valido contributo per uscire da questo tempo di decadenza e per costruire la civiltà dell’amore.

Quanto valgono anche per noi le parole di San Paolo: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda!» (Rm 12,10). Sarebbe bello che tra i sacerdoti si costituisse una società di persone che si stimano, senza ombra di invidia clericalis: appunto la Mutual Admiration Society. I sacerdoti: persone che amano e promuovono le iniziative dei confratelli come se fossero proprie.

Se non lavoriamo in questa direzione rischiamo di prendere un’altra deriva, sempre prevista da San Paolo: «Ma se vi mordete a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri».
«Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in San Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo ‘mordere e divorare’ esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata» (Benedetto XVI).

Dentro tutto questo discorso prende forza, allora, l’esemplarità del prete. Soprattutto nei periodi forti dell’anno liturgico, come nelle grandi solennità, il sacerdote è naturalmente provocato a essere più che mai “in forma” spiritualmente, per offrire il meglio alle persone che, in questi periodi, si accostano più numerose alla Chiesa. È un’esperienza che il Signore mi ha fatto fare tante volte e che considero una vera grazia, perché ha favorito in me una vera mobilitazione a livello spirituale. Mi ha impedito di adagiarmi. Mai come in questi momenti forti mi ritorna in mente l’icona del buon pastore. «Quando il pastore ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro (davanti), e le pecore lo seguono» (Gv 10,4).

Gesù pastore è colui che cammina innanzi al gregge, colui che le pecore riconoscono dal timbro della voce, colui che vuole che le sue pecore trovino pascolo, che offre la vita per esse. Per amore del gregge, che il Signore mi ha affidato, per il quale sono disposto a dare la vita… sento come un dovere mettermi “davanti” e precederlo sulla via del bene.

Quant’è vero quello che dice Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis al n 16: «Il sacerdote si pone non soltanto nella Chiesa, ma anche di fronte alla Chiesa!». Soprattutto nel senso che intende San Pietro, quando dice: «Pascete il gregge di Dio che vi è stato affidato, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri, facendovi modelli del gregge».

È l’esemplarità nella configurazione a Cristo che dà autorevolezza e credibilità al sacerdote di fronte alla gente. Anche San Paolo si muove in questa direzione; addirittura lui arriva a dire: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo!». Non è esibizionismo, perché Paolo guarda unicamente a Cristo. In un’altra lettera manifesta tutta la lotta che deve sostenere per non essere contro-testimonianza nei confronti della sua comunità: «Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1Cor 9,27).

Anche l’autore della Lettera agli Ebrei invita i cristiani a guardare la fede dei loro capi: «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la Parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede» (Ebrei 13,7). L’esemplarità, la buona testimonianza del pastore verso la sua comunità è dunque un atto di amore e di responsabilità verso la sua gente.

«Quando Paolo dice al suo discepolo: ‘Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità’ (Tt 2,15), non chiede un atteggiamento autoritario, ma piuttosto l’autorità della vita vissuta. Insegna infatti con autorità, quando prima si fa e poi si dice. Si sottrae credibilità all’insegnamento, quando la coscienza impaccia la lingua. Perciò è assai raccomandabile la santità della vita, che accredita veramente chi parla, molto più dell’elevatezza del discorso» (S. Gregorio Magno).

2 febbraio 2010

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