Nada racconta la sua “Musicaromanzo”

Intervista all’artista in scena fino al 30 gennaio al Teatro Vascello, con uno spettacolo che non è un concerto ma un racconto introspettivo tra parole e musica di Concita De Simone

Uno spettacolo di parole dette, recitate e cantate. Questo “Musicaromanzo”, il progetto teatrale di Nada Malanima, conosciuta da tutti solo con il suo nome, fin da quando, “pulcino di Gabbro”, esordì al festival di Sanremo all’età di 15 anni con la memorabile “Ma che freddo fa”. Oggi Nada di anni ne ha 57 compiuti e della sua vita parla in questo spettacolo, in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 30 gennaio, che nasce da “Il mio cuore umano”, libro autobriografico del 2008.

Non solo episodi di quella vita nata a Gabbro, in provincia di Livorno, in quell’angolo di campagna Toscana fatto di gesti semplici, a volte un po’ ruvidi, ma anche ricordi legati alla percezione degli eventi, immagini in movimento che ritornano sul palco nel suo monologo tra storia e canzone. «Pochissimi fatti e moltissime sensazioni», dichiara il regista Alessandro Fabrizi parlando di questo lavoro.

Ed ecco la bambina del libro che si vede donna e la donna che si vede bambina e insieme raccontano la vita, vista ognuna con gli occhi dell’altra. Una storia fatta di toni poetici, tra prosa e canzone, per raccontare un mondo che non esiste più, fatto di visioni, sogni, amori, passioni e paure.

Un monologo, appunto, con una Nada che si mette a nudo in una scenografia scarna, dai toni scuri, dove la poliedrica artista toscana si muove leggera mentre le sue parole si fanno musica e canzone. Non un concerto, dunque, anche perché, in effetti le canzoni sono poche rispetto alla parte recitata: “Senza un perché”, “Pioggia d’estate”, “Bolero”, “Piantagioni di ossa”, un inedito, “Tutto a posto”, “Luna piena”, intensa ballata rock dai ritmi quasi ossessivi, che risale alla sua ultima partecipazione a Sanremo nel 2007, “Guardami negli occhi” e “Raccogliti”, altro inedito.

Da dove nasce la voglia di condividere queste sensazioni private?
Credo sia un fatto naturale, non posso prescindere dal raccontare quello che sento e vedo se non attraverso di me. Il libro è un romanzo un po’ reinventato. Parla di un’infanzia lontana in cui racconto non solo il mio mondo, ma anche quello che mi stava intorno. Finisce quando io comincio questo nuovo lavoro che mi porterà altrove e mi è venuta la voglia di continuare non tanto un racconto di cronaca, ma le attese, la vita interiorizzata. Ho usato il mo linguaggio, il mio mondo, ma racconto cose condivisibili. Conto nell’immedesimazione di chi mi vede.

Come ti immaginavi da piccola?
Non pensavo di fare questo mestiere, era così lontano dalle mie aspirazioni. Avevo un talento che in famiglia capivano, ma che io quasi non accettavo. Volevo fare l’astronoma, avevo un rapporto forte con la natura, con il mistero, la notte, mi piaceva guardare le stelle. Ma erano pensieri di una dodicenne di allora, che non aveva gli stimoli delle coetanee di oggi.

Quindi questo gusto per l’introspezione nasce da lì?
Direi di sì, come poi le mie canzoni nascono da delle emozioni. Ho sempre cercato uno spazio per potermi esprimere, è un aiuto per far emergere i miei sentimenti, per contrastare il senso di inadeguatezza, di questo chiedere alla luna. È la mia natura a portarmi lì.

«E io mi chiedo chi sarò domani, se sarò, chi sarò?», ti domandi presentando lo spettacolo. Sono interrogativi che ti fai spesso?
Sì, sono sempre piena di dubbi, mi sembra di avere sempre poche certezze. Ma penso capiti a tutti. Magari non ci pensiamo tutti i giorni, ma le viviamo. Sono dentro di noi, nei nostri ragionamenti; poi, certo, quando scrivi o rappresenti, prendono una dimensione diversa. Le parole sfuggono, mentre quando scrivi ogni parola ha un peso. È questa la bellezza dei libri, che ti mettono davanti alle cose e ti obbligano a ragionare.

Come hai scelto le canzoni dello spettacolo?
All’inizio non pensavo alle canzoni, ma solo a una musica di sottofondo. Ma poi ci siamo accorti che certe canzoni rafforzavano dei passaggi. Al di là del successo o della bellezza in sé, erano funzionali.

28 gennaio 2011

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