Ombre e luci al Festival di Venezia
È stato “Pietà” del coreano Kim Ki Duk ad aggiudicarsi il Leone d’oro alla 69° Mostra internazionale d’arte cinematografica. Il Leone d’argento al visionario “The master”. Molte le storie di taglio spirituale di Massimo Giraldi
Bisogna dirlo subito, perché l’impressione si è andata costruendo giorno dopo giorno, fino alla conferma conclusiva: ombre e luci vanno indicate proprio in questo ordine, le prime sono rimaste più avanti delle seconde, e alla fine la 69^ edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (29 agosto – 8 settembre 2012) ha lasciato l’amaro in bocca rispetto ad un vetrina interessante ma di non eccelso livello, ad una selezione esemplare per quanto attiene alla varietà di scenari proposti ma meno convincente se parliamo di storie, suggestioni, tendenze. Si parte dal verdetto, emesso da una giuria presieduta da Michael Mann, regista americano di notevole polso espressivo. Con lui altri otto elementi, di differente estrazione culturale e geografica, con l’unico italiano Matteo Garrone: verdetti difficili e raggiunti senza l’unanimità. Così ha detto Mann nella conferenza stampa conclusiva, e, alla domanda relativa a come erano stati accolti i film italiani, ha voluto tenersi fermo alla regola che impone di non rivelare alcunché di ciò che succede nelle discussioni. Tutti d’accordo, e Garrone non ha aperto bocca.
I film italiani allora. Tre erano quelli in concorso. Su quello di Marco Bellocchio, “Bella addormentata”, strutturato su quattro episodi che, con innegabile bravura e molta furbizia, fanno credere di affidare allo spettatore fatti veri o verosimili, lontani dalla realtà della vicenda di Eluana Englaro, e invece in essa calati in forme espressive nitide e blandamente ideologiche, ci sarebbe molto da dire, e probabilmente lo si dirà nei prossimi mesi: il film infatti, sia pur improntato al consueto tono di Bellocchio, seminato da indizi e qualche pregiudizio, sarà da discutere, proprio per aiutare a chiarirne gli eccessi e le distorte rappresentazioni di personaggi. Si sono poi visti “È stato il figlio” di Daniele Ciprì, piccola/grande tragedia familiare siciliana, affidata a molti sbalzi e insieme ad alcune belle immagini d’ambiente. E “Una giornata speciale” di Francesca Comencini, uno dei più deboli dell’intera rassegna, infarcito di situazioni prevedibili e poco opportune, di molti bersagli sociali del tutto irrisolti.
E quindi, il verdetto. Il Leone d’oro è andato a “Pietà”, del regista sudcoreano Kim Ki duk, autore che, sulla base di precedenti prove forse più convincenti, compone la vicenda turpe di un ragazzo che assolve l’incarico di recuperare prestiti di denaro elargiti da strozzini violentando i debitori, fino a far rompere loro braccia e gambe e ottenere il rimborso dell’assicurazione. Il protagonista vive nel buio del male più assoluto fino a quando l’improvviso arrivo di una donna che dice di essere sua madre non comincia a cambiargli la vita. Prende allora il via un percorso che fa alzare lo sguardo del copione verso il cielo. Tutto bene, senonché la trasformazione appare un po’ geometrica, qua e là “telefonata”, e la verità del regista si nasconde dietro pretesti troppo affidati ad una violenza non sempre necessaria. Meglio il Leone d’argento, attribuito all’americano “The master”, storia visionaria ma del tutto realistica sul rapporto tra un guru e un suo incauto allievo negli States del 1950, che segue la nascita di Scientology. Male invece per “Paradies: glaube”, ossia “Paradiso: fede”, un pamphlet austriaco di deprimente odio antireligioso, che mette in scena una credente fanatica e esaltata, che si tortura davanti al crocefisso e va di casa in casa a portare una statua della Madonna. Simbolo di una totale mancanza di rispetto e di una sia pur minima capacità di sguardo conoscitivo.
Questi tre premi principali racchiudono con molta probabilità tutte le varie suggestioni emerse in dodici giorni di proiezioni. Molte storie presentano agganci di taglio spirituale/religioso, spia di una necessità tanto desiderata quanto non detta, negata, rifiutata. Spesso l’uomo è solo tra cielo e terra, e il richiamo del Mistero è tanto più indispensabile quanto difficile da cogliere. È ciò che dice, con grande fascino, il miglior film di Venezia 69, “To the wonder” (“Verso la meraviglia”) dell’americano Terrence Malik.
10 settembre 2012