Padre Spadaro: «Facebook, gestire con saggezza»

Il social network nato nel 2004 conta oggi più di 175 milioni di iscritti, perché «risponde a bisogni antichi come quello di farsi conoscere». Ne parla il gesuita, scrittore de La Civiltà Cattolica di Giulia Rocchi

Ne fanno parte 175 milioni di persone. Al suo interno si parlano 35 lingue. Non è una nazione del pianeta, ma Facebook, il social network creato nel febbraio 2004 da uno studente di Harvard e diventato, in pochi anni, un fenomeno planetario. Milioni di iscritti che «non si sono solo lasciati abbagliare dalla novità». Parola di padre Antonio Spadaro, gesuita e scrittore de La Civiltà Cattolica, esperto di nuove tecnologie.

Come spiegare il successo di Facebook? A quali bisogni risponde?
Innanzitutto c’è da dire che la tecnologia, più che creare bisogni nuovi, propone risposte a bisogni molto antichi. In particolare, Facebook risponde al desiderio fondamentale di relazione, di conoscere e farsi conoscere. E anche a quello di raccontarsi. Sul social network non ci si presenta con un profilo statico, ma si può continuamente aggiornarlo, inserendo foto e altro.

Quali sono i pregi e quali invece i rischi di questo strumento?
Sicuramente il pregio è quello di aiutare le persone a tenersi in contatto, che è poi lo scopo fondamentale per cui è nato. Un’applicazione interessante in questo senso, ad esempio, è quella che consente di ricercare le persone che hanno fatto parte del passato e con cui si sono persi i contatti. Mezzi come il cellulare e l’e-mail sono volatili, nel senso che uno li può cambiare facilmente, quindi non è semplice mantenere un contatto. Il rischio è l’altra faccia della medaglia: finire col fare la collezione degli «amici», cioè un uso strumentale della relazione. Un’amicizia è invece qualcosa di delicato, va coltivata.

Se ricercare persone conosciute anni addietro può essere da un lato positivo, dall’altro questa ricerca di ex-fidanzati o vecchi compagni di scuola non rischia di portare la persona ad estraniarsi dalla realtà? A rifugiarsi in un passato considerato idilliaco?
Certo, il rischio c’è. La cosa singolare di Facebook non è tanto che consente il contatto tra una persona e l’altra, ma che fa emergere una rete di relazioni e le mostra a tutti. Così ci si può immergere nel passato alla ricerca di un quid perso, finire col rifugiarsi in una sorta di dimensione atemporale. Recuperare un contatto implica, spesso, un salto anche di decine di anni che non può essere colmato immediatamente. È una dimensione che va gestita con grande saggezza.

Nella pagina con le «info» personali, Facebook richiede anche di specificare l’orientamento religioso. Nello stesso tempo proliferano gruppi che hanno a che fare con la fede, come i «fan club» di santi o beati. Facebook può essere dunque una risorsa per la Chiesa?
La Chiesa è presente all’interno di Facebook in vari modi. La più significativa, secondo me, è la grande presenza di sacerdoti. È possibile anche creare gruppi di fan di personalità religiose, di santi; o ancora è molto utilizzato per «creare eventi» da associazioni e movimenti. Inoltre esistono applicazioni di carattere religioso, come I-Breviary (breviario in digitale, ndr). Ma il rapporto tra la Chiesa e Facebook non può essere solo di tipo strumentale, perché questo coglierebbe solo la superficie. Piuttosto, va sottolineato che Facebook plasma una mentalità, crea cultura, e la Chiesa è chiamata a confrontarsi con questo nuovo tipo di mentalità.

Padre Spadaro, lei ha un profilo su Facebook?
Certo. E lo aggiorno di frequente. Ho cominciato a utilizzare il social network quando ancora non esisteva la versione in italiano. Più che per comunicare lo uso per convididere – foto scattate da me con il telefonino, trailer di film che ho visto – o per scrivere note. Un modo virtuoso, perché mi permette di entrare in relazione non solo di amicizia, ma di scambio intellettuale.

3 marzo 2009

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