Papa Wojtyla, già santo per l’opinione pubblica

All’Università della Santa Croce una giornata di studio con religiosi e vaticanisti, aspettando la beatificazione di Giovanni Paolo II di Laura Badaracchi

Fin dal giorno della sua morte, il 2 aprile 2005, «il popolo di Dio ha gridato alla santità di Giovanni Paolo II: in piazza San Pietro apparvero degli striscioni con la scritta “Santo subito!”, un’invocazione spontanea raccolta dai pastori». E un mese dopo, il 3 maggio di sei anni orsono, il cardinale vicario Camillo Ruini «chiese che il Vicariato di Roma potesse aprire l’inchiesta diocesana, con la deroga alla regola di attendere cinque anni dalla morte del servo di Dio». Lo ha ricordato il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, intervenendo lo scorso 1° aprile alla giornata di studio su “Beatificazione di Giovanni Paolo II: opinione pubblica e sensus fidei, svoltasi alla Pontificia Università della Santa Croce.

«Santo subito sì, ma santo sicuro – ha chiosato il porporato –: un’incauta frettolosità non doveva pregiudicare la correttezza del procedimento. La causa di beatificazione è stata condotta in modo sollecito, ma con estrema accuratezza e grande professionalità», con un discernimento attento delle testimonianze «scelte a tappeto, secondo le leggi statistiche» e con un costante equilibrio nei confronti «dell’innegabile e costante pressione dei fedeli e dei media sulla conclusione della causa, che apre le porte alla canonizzazione: questa maturerà con un ulteriore intervento dall’alto. Ora viviamo un tempo non vuoto ma provvidenziale, da riempire conoscendo la vita del Beato e imitarne le virtù», ha sottolineato il cardinale Amato. E ha inoltre testimoniato che dalle finestre del suo ufficio vede quotidianamente «una fila interminabile di fedeli» che attendono di rendere omaggio alla tomba di Papa Wojtyla nelle Grotte vaticane. Il giorno della beatificazione, il 1° maggio in piazza San Pietro, sarà un «evento planetario».

Tanti i ricordi di Joaquín Navarro-Valls, direttore emerito della Sala Stampa della Santa Sede, che è stato accanto a Giovanni Paolo II durante tutto il pontificato, visitando con lui 160 Paesi. «Riceveva tutti i potenti della terra, anche quelli non cristiani; con tutti aveva un colloquio a tu per tu, perché si sentiva sacerdote e voleva che la persona davanti a lui fosse libera di parlare e di aprirsi». E poi la preparazione di ogni viaggio, con uno studio profondo «delle lingue locali, della geografia, della storia, delle etnie: ci teneva a pronunciare i discorsi nell’idioma del posto, fosse il giapponese o il coreano». La sua prima passione, infatti, non fu il teatro ma «la filologia e l’arte della retorica». A servizio di una comunicazione «efficace», il Papa metteva anche «doni naturali come la voce, la dizione, i gesti genuini e mai posticci».

Navarro-Valls ha sottolineato anche la capacità del Pontefice di «essenzializzare il messaggio: concetti pensati in profondità, diventati verità fatta propria con un lavorio mentale enorme. Ha convinto la sua epoca postmoderna che non si può capire l’essere umano se si accantona Dio, in una fusione perfetta tra forza del messaggio che comunicava e vissuto esistenziale nell’incontrare la gente». Secondo il vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli, Giovanni Paolo II «non aveva strategie di comunicazione: tutto nasceva dalla sua partecipazione alla sorte di ogni uomo; riusciva a stabilire un contatto personale. Un uomo a pieno titolo, con tutti i suoi sentimenti forti». Vissuto a cavallo tra il secondo e terzo millennio, «ha annunciato la fede in un momento forte secolarizzazione e quando il Muro di Berlino sembrava incrollabile, rilanciando l’applicazione del Concilio», ha rilevato monsignor Luis Romera, rettore dell’ateneo.

Per Marina Ricci, vaticanista del Tg5, il papa polacco è stato «trasparenza del Figlio. E ci ha amati con la stessa spontaneità e ingenuità di un bimbo davanti ai genitori, come lui amava Dio». Luigi Accattoli, vaticanista emerito del Corriere della Sera, ha evidenziato: «Abbiamo di fronte a noi un grande fenomeno di santità, ma allo stesso tempo un fatto semplice. Se riusciamo a superare un po’ le nostre paranoie, la forza e la semplicità del Papa ci colpiscono: il gigante che sconvolge la carta geopolitica dell’Europa, e mette il Vangelo in presa diretta con la storia, era come un bambino quando pregava. Ha saputo porsi pienamente come uomo del suo tempo e come uomo di Dio».

4 aprile 2011

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