Pier’Alli e la visone intima del grand-opéra

Il Teatro dell’Opera inaugura la nuova stagione con il “Moïse et Pharaon” di Rossini nel nuovo allestimento del regista fiorentino di Francesco d’Alfonso

Il 2 dicembre si apre la stagione 2010/2011 del Teatro dell’Opera di Roma, che vedrà rappresentata, per la prima volta al Costanzi, il “Moïse et Pharaon” di Gioacchino Rossini, diretto da Riccardo Muti. Il nuovo allestimento dell’opera, che sarà in scena fino al 12 dicembre per sei recite, porta la firma del regista fiorentino Pier’Alli per la regia, le scene e i costumi.

Come sarà il “Moïse et Pharaon” secondo Pier’Alli?
Io ho interpretato il “Moïse et Pharaon” come un viaggio nella memoria, nell’animo e nella cultura ebraica. Una sorta di cammino interiore che parte da un’idea di meditazione che si esprime nell’Ouverture e si replica nell’introduzione del IV atto. Sono partito da due elementi fondamentali: il primo è la meditazione degli ebrei dinanzi al Muro del Pianto, che ho sintetizzato in una immagine rigorosamente geometrica, una parete da cui viene estratto il Libro, dalla cui lettura parte un viaggio a ritroso, una sorta di flash back; il secondo è il concetto che nell’ebraismo il passaggio del Mar Rosso è una sorta di allegoria permanente. Su queste basi ho costruito un contenitore molto semplice, quasi bianco, quasi fosse un “mausoleo della memoria” da cui si aprono spiragli nell’ambito dell’immaginifico.

In che modo la sua regia riesce a risolvere le difficoltà di un’opera così simile ad un oratorio?
La struttura musicale dell’opera, con questa presenza assidua del coro e i rapporti costanti tra le voci, ha naturalmente un peso sulla regia: uno dei modi con cui risolvo queste situazioni è, ad esempio, l’uso di proiezioni, che da sempre caratterizzano i miei lavori.

Crea soggezione il fatto che il libretto del “Moïse et Pharaon” è tratto dalla Bibbia?
Più che soggezione, io direi che suscita una fascinazione, perché ci si confronta con un mito così importante. Io ho cercato di interpretare la storia non come semplice racconto, ma come un fatto della coscienza collettiva, o meglio un’“autoriflessione” collettiva.

Come si può risolvere il dissidio – tanto di moda, di questi tempi – tra regia tradizionale e regia moderna? Lei come definirebbe il suo stile?
Si risolve solo con la musica. È per questo che io definisco il mio stile “moderno – classico”. Tra gli anni ’80 e ’90 le mie regie potevano sembrare trasgressive, ma in realtà non lo erano, anzi, pochi anni dopo, sono state assorbite come classiche. Forse erano rivoluzionarie perché, ad esempio, nel teatro adoperavo il cinema. Non mi piace la trasgressione pura, anzi, mi indigno per molte regie di oggi che offendono il melodramma nella sua sostanza. Alcuni registi si avvicinano all’opera lirica con un superficialità paurosa, al punto che i cantanti rimangono scandalizzati di essere coinvolti in certi allestimenti. Questi registi non ascoltano la musica, anzi, la vivono come un fastidio. Mi dicono che qualcuno arriva in prova con il libretto dell’opera preso da un cd o da un dvd: questa è l’unica preparazione musicale! In questo modo si crea un “urto” tra contenuto e forma.

Regista versus cantante: guerra o pace?
Ma no, non c’è guerra, si lavora bene. Oggi i cantanti amano recitare, non gli piace più essere dei “pali” in palcoscenico. Le ostilità derivano semmai dai tempi delle prove, che sono spesso troppo veloci.

Quanto è determinante la regia per l’esito di uno spettacolo lirico?
Credo che la regia sia molto importante, sebbene la lettura musicale del direttore sia la cosa che influisce di più. Ci deve essere grande affinità, però, perché non basta una grande concertazione a fare bella una produzione. Per avere uno spettacolo di successo, bisogna che regia e direzione d’orchestra si fondano alla perfezione. Quando questo si verifica, avviene il miracolo.

26 novembre 2010

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