Pietro Mennea

L’ex primatista mondiale dei 200 m punta il dito contro l’uso del doping nello sport: «Servono leggi penali» di Daniele Piccini

«Nella mia carriera non ho mai fatto uso di doping e non ho mai subito uno strappo muscolare. Ho raggiunto risultati solo conducendo una vita onesta e tranquilla, con il lavoro e con il sacrificio, allenandomi 5-6 ore al giorno per 365 giorni all’anno. Sono la prova vivente che uno sport pulito è possibile». Atleti, piccoli e grandi, sarebbero legittimati a disattendere questo programma di sport e di vita se a proclamarlo non fosse un guru del calibro di Pietro Paolo Mennea, cinque Olimpiadi alle spalle, oro nei 200 m ai Giochi di Mosca, primatista mondiale nei 200 m nel 1979 (record conservato per ben 17 anni), tre volte campione d’Europa (nei 100 e nei 200 m) e 16 volte campione italiano. Ma non c’è stato solo lo sport nella vita dell’ex azzurro. Dato l’addio al tartan nel 1988 Mennea si è laureato in Giurisprudenza, Scienze politiche, Scienze motorie e Lettere, ha pubblicato numerosi libri sul diritto allo sport e sul doping.

Nella sua ultima fatica di giurista sportivo – «Il doping nello sport», Avellino, Fondazione P. Mennea& Delta3 Edizioni, 2007, libro presentato all’Istituto San Leone Magno di Roma il 17 ottobre scorso – Mennea è tornato sull’argomento doping puntando il dito contro la filosofia dello sport-business, causa del sempre più frequente ricorso alle sostanze dopanti, non più solo da parte degli atleti professionisti, ma anche dei semplici amatori.

Una delle sue tesi è che il doping non sia più solo un problema del mondo sportivo…
No, infatti. È diventato una vera e propria piaga sociale che provoca ogni anno numerosi decessi. Ormai è diffuso in tutte le palestre, non più solo nello sport professionistico. Inoltre il mondo della criminalità organizzata, specialmente in Russia, Cina e Giappone, l’ha trasformato in un business, del tutto indifferente alla salute della gente. Sapere che in Inghilterra 300.000 persone fanno abitualmente uso di steroidi, dà il quadro del fenomeno.

Nella Prefazione al suo libro lei scrive che è necessario «cacciare i mercanti dal tempio». Spieghi meglio.
Dietro alle prestazioni dell’atleta ci sono gli interessi delle federazioni che non si preoccupano della salute dello sportivo, ma solo dei risultati che raggiunge. Questo porta alla distruzione dell’atleta. Prenda il caso di Marion Jones (velocista americana vincitrice di tre medaglie d’oro alle Olimpiadi di Sydney nei 100, nei 200 e nella staffetta 4×400 m, ndr) che da quando ha confessato di aver fatto uso di doping ha distrutto la sua reputazione e la sua vita di sportiva.

Da dove ripartire allora?
È necessario tornare alle radici dello sport. Tornare a considerarlo un’attività in cui si deve dimostrare il proprio valore rispettando le regole. Se cade questo principio, lo sport è morto.

È sicuro che sia sufficiente richiamare al rispetto dei valori morali?
Ovviamente no. Da anni infatti mi batto per promuovere una legge penale comunitaria contro il doping. L’antidoping è gestito per ora solo dagli organismi sportivi, come il Cio o la Wada, che però non hanno nessuna efficacia giuridica. Solo una legge penale potrebbe consentire allo Stato di aumentare i controlli e perquisire le abitazioni di atleti sospettati. Occorre dunque sia approntare i giusti strumenti giuridici, sia tornare alla cultura dello sport, che esclude la politica della “scorciatoia”.

Si spieghi.
Nella politica, nel lavoro, e ora anche nello sport si è diffusa l’idea che se non ce la fai da solo puoi sempre aggirare le regole: questa è la filosofia della “scorciatoia”. Invece chi non riesce a raggiungere risultati professionalmente ragguardevoli nello sport deve smettere di praticarlo a livello professionistico. Non si deve vincere per forza, ma solo se si è capaci.

31 ottobre 2007

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