Preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri

A San Lorenzo fuori le Mura celebrata la veglia promossa dal Centro diocesano per la cooperazione missionaria tra le Chiese. Il vescovo Zuppi: «Testimoniare carità e amore» di Maria Elena Rosati

Si è celebrata domenica 23 marzo con una veglia presso la basilica di San Lorenzo fuori le Mura la 22ª Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri, promossa dal Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese della diocesi. Un’occasione di preghiera e di comunione, e un momento per ricordare i nomi e l’impegno di quanti hanno dato la vita per annunciare il Vangelo nei territori di confine, a contatto con le realtà più dolorose. Come il servo di Dio don Nazareno Lanciotti, fidei donum ucciso in Brasile nella notte dell’11 febbraio 2001 con due colpi di pistola alla testa: in oltre 30 anni di missione nel Mato Grosso, don Nazareno ha costruito una chiesa, un ospedale, una casa per anziani, una scuola, un seminario e trasmesso l’esperienza dell’adorazione quotidiana al Santissimo Sacramento.

«Era solito dire “le opere non le ho fatte io, ma la provvidenza di Dio” – ha raccontato la sorella Francesca –. Aveva chiesto alla Madonna di Lourdes di essere un santo sacerdote: è morto perdonando i suoi aggressori e offrendo la vita per il Papa e la Chiesa». Amava definirsi “nessuno” Annalena Tonelli, missionaria forlivese assassinata in Somalia il 5 ottobre 2003, dopo 33 anni di impegno a servizio dei malati e dei dimenticati. Roberto Gimelli, presidente del Comitato per la lotta contro la fame nel mondo a Forlì, l’ha ricordata come “donna povera” e “giardiniera di uomini”, animata dalla sete di semplicità e di partecipazione alle sofferenze degli ultimi: «Si è spogliata di tutto per poter essere vicina ai poveri da povera – ha detto – ha sempre cercato di far fiorire i cuori di chi ha incontrato».

Nelle parole di padre Fabien Muvunyi Bizimana, assistente generale dei Barnabiti, il ricordo delle migliaia di persone massacrate nelle chiese durante il genocidio del Rwanda, 20 anni fa, e i momenti più drammatici vissuti da giovane sacerdote: «Molti sono stati uccisi per aver semplicemente difeso il prossimo, e molti sacerdoti sono ancora in carcere – ha spiegato – Il seme dell’evangelizzazione è stato gettato, ma la strada della fede è ancora molto lunga». Il ricordo del Rwanda anche nella riflessione del cardinal Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, che ha presieduto la cerimonia assieme al vescovo ausiliario del settore centro, monsignor Matteo Zuppi: «Non dimenticherò mai un gruppo di uomini con il rosario al collo e il macete in mano – ha detto, ricordando l’esperienza di nunzio apostolico nel paese africano, dal 1991 al 1995 – Il Vangelo propone la logica dell’amore verso tutti, persino verso i nemici, e un cristiano che vive coerentemente con l’insegnamento di Gesù rischia la persecuzione».

Da qui la richiesta di perdono per quanti hanno abbandonato il cuore all’odio, l’appello a pregare con San Francesco per essere “strumenti di pace”, e il ricordo dei missionari uccisi, «fratelli e sorelle, per lo più anonimi, che hanno voluto vivere le parole di Gesù». Il martirio continua ancora oggi, in un silenzio tragico: 23 gli operatori pastorali, sacerdoti e laici, uccisi nel mondo nel 2013. Sono stati ricordati con delle lampade accese, segno della luce della testimonianza per tutte le genti, e di un «amore più forte delle tenebre del male» come ha sottolineato monsignor Matteo Zuppi: «Siamo chiamati a testimoniare con tutti noi stessi la carità e l’amore – ha concluso – affinché le sofferenze dei nostri fratelli siano nuovo stimolo per comunicare con forza il Vangelo».

24 marzo 2014

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