Raoul Wallenberg e il “coraggio di fronte al male”

La Comunità di Sant’Egidio ha ricordato con un convegno la figura del diplomatico svedese che, durante le deportazioni naziste, trasse in salvo un centinaio di migliaia di ebrei ungheresi di Nicolò Maria Iannello

«Per me non c’è altra scelta». Commentava così Raoul Wallenberg, diplomatico svedese, il suo impegno per salvare gli ebrei d’Ungheria dai campi di sterminio nazisti nel 1944. La sua storia ha fatto il giro del mondo e ieri, lunedì 24 settembre, è stata ripercorsa nell’ambito del convegno “Coraggio di fronte al male – In memoria di Raoul Wallenberg” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, insieme all’Unione delle comunità ebraiche italiane e all’Ambasciata di Svezia presso la Santa Sede. Tra i relatori riuniti in via della Paglia a Trastevere, storici e studiosi che hanno approfondito il percorso di un uomo eletto dalla Comunità ebraica “Giusto fra le nazioni” per avere sottratto alla morte oltre un centinaio di migliaia di ebrei. E lui «è una di quelle personalità – commenta Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane – che ha dimostrato che di fronte al male si può fare qualcosa».

Un ritratto a tutto tondo, quello emerso durante il pomeriggio di riflessione, per rievocare, nell’anno del centenario dalla nascita, «un uomo che non si tirò indietro davanti alla barbarie delle deportazioni di Budapest», spiega Ulla Gudmundson, ambasciatrice di Svezia presso la Santa Sede. Un viaggio nella storia personale del diplomatico e in quella dell’Europa del tempo:«Nessun altro uomo avrebbe avuto le qualità necessarie per andare in Ungheria a salvare una delle più grandi comunità ebraiche», commenta Bengt Jangfeldt, intellettuale svedese che ha recentemente pubblicato una biografia di Wallenberg. E le ragioni sono diverse: «Era molto colto, dai grandi valori morali e, in quanto appartenente a un’importante famiglia di bancari, aveva contatti importanti». Il suo spiccato intuito è emerso quando «creò gli Schutz – Pass (passaporti svedesi) con i quali trasse in salvo un centinaio di migliaia di ebrei ungheresi, dimostrandone l’appartenenza a una famiglia svedese o la partecipazione ad alcuni affari con la Svezia».

Un uomo che non è difficile definire «un eroe – aggiunge Claudio Magris, scrittore e docente di letteratura tedesca -, che ha sfidato difficoltà estreme, rinunciando a se stesso» in nome di «un eroismo che si fonde con l’amore per la vita». Inoltre, racconta Frank Vajda, sopravvissuto a una fucilazione grazie all’intervento di Wallenberg, «il suo impegno a fianco degli ebrei di Budapest lo ha dimostrato anche attraverso le cure mediche e il riparo che dava loro nelle case protette». Ed è proprio dalle parole di questo testimone oculare del nazismo che emerge il profilo dell’arcivescovo italiano, segretario della nunziatura apostolica in Ungheria all’epoca dell’occupazione tedesca, monsignor Gennaro Verolino, che salvò numerosi adulti e bambini attraverso «il rilascio di certificati di battesimo falsi», precisa Liliana Picciotto, del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano.

Una storia che «lo stesso monsignor Verolino tenne nel segreto per anni», commenta Flaminia Giovanelli, sotto segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. E dall’esperienza dell’arcivescovo, altro “Giusto fra le nazioni”, come da quella di Wallenberg, aggiunge Giovanelli, «emerge la modestia del bene». Oggi si sa poco della morte di Wallenberg, che nel 1945 è stato arrestato dalle truppe sovietiche e portato nella prigione di Lubyanka a Mosca. Ma, conclude Valerio De Cesaris, della Comunità di Sant’Egidio, «le sue scelte ci ricordano che la dignità umana trascende ogni appartenenza culturale e religiosa».

25 settembre 2012

Potrebbe piacerti anche