“Reality”, manca una vera ispirazione
Il film di Matteo Garrone ha per protagonista, nei panni di un pescivendolo, il detenuto Aniello Arena. Ma «il dramma storico-sociale finisce per intingersi nell’amaro della perdita di se stessi» di Massimo Giraldi
È nelle sale il nuovo film di Matteo Garrone. Se ne parla ormai dal maggio scorso, quando fu presentato al festival di Cannes, dove vinse il Gran Premio della Giuria. Garrone torna a confrontarsi col pubblico quattro anni dopo Gomorra (2008), un successo forse troppo ingigantito. La storia (dopo un prologo «esterno») ci porta a Napoli oggi, dove Luciano integra i modesti guadagni della propria pescheria facendo piccole truffe insieme alla moglie Maria. Quando in un centro commerciale della città si svolgono le selezioni del Grande Fratello, le due figlie piccole, arrivate con mamma e altri familiari, pretendono per telefono la presenza del padre. Luciano si fa convincere, si presenta sul posto, partecipa alla selezione e ottiene un insperato gradimento. I responsabili lo invitano a tenersi pronto per successive chiamate. Da quel momento comincia per Luciano un’altra vita.
Dice Garrone: «Dopo Gomorra volevo realizzare un film diverso e così ho provato a fare una commedia. Parto da una storia semplice e documentata per un percorso fatto di sogni e di attese di questi sogni: la storia di un uomo che esce dalla realtà e entra nel proprio immaginario». Certo lo scenario è rimasto lo stesso (Napoli e dintorni quattro anni fa, Napoli oggi) e al posto del dramma storico-sociale di allora c’è un quadro grottesco, ironico, che parte forse per indurre al riso ma finisce intinto nell’amaro della perdita di se stessi. Motore dell’azione è il «reality», ossia il contrario esatto della realtà, il vero negato, l’illusione fatta sistema. Un meccanismo tuttavia ben detto fin dall’inizio, dichiarato, esplicito.
L’ampia fetta di Italia attratta dalle seduzioni di questo programma televisivo non spinge Garrone verso immediate soluzioni di denuncia o di rabbia, non crea le premesse per reazioni o alternative. Il copione diventa allora la cronaca di un sogno nel sogno, di una (non) realtà magica e impossibile, lontana e invisibile. Forse cinema nel cinema: ossia lo sguardo lungo del fotogramma che crea mondi paralleli e fantastici, ritaglia uno spicchio di vita dentro la piazza con la pescheria, e anche quello è una quinta teatrale, è spettacolo che si fa sul momento. Dopo la follia che lo allontana dalla famiglia, la discesa di Luciano nella propria ossessione manca forse di qualche passaggio di raccordo. Non c’è lo scarto di poesia e di invenzione che serviva a far lievitare la materia. I Mostri italiani ancora una volta trionfano, e Garrone li osserva all’inizio avvicinandosi e alla fine lasciandoli lontani. Non c’è possibile soluzione. Il protagonista Aniello Arena, detenuto nel carcere di Volterra per omicidio, e gli altri sono magnifici, ma non li sorregge il soffio di una convinta ispirazione.
2 ottobre 2012