Rifugiati, incontro con Boldrini e Erri De Luca

Presentato il progetto per il loro inserimento lavorativo e il volume «Terre senza promesse», che raccoglie dieci storie di fuga e persecuzione. Al dibattito ha partecipato anche padre Giovanni La Manna di Daniele Piccini

Le cose a volte condividono lo stesso destino degli uomini. Un oggetto scartato, rifiutato, può essere lavorato e diventare qualcos’altro: qualcosa di nuovo, magari utile a qualcun altro. Anche un uomo, perseguitato e reietto nel proprio paese, può risorgere ad una nuova vita, e perfino essere di aiuto a qualcun altro. Lo dimostra “Refugee scART” (Spostamenti Coraggiosi Aiutando Riciclo Terra), un progetto di inserimento lavorativo per i rifugiati – realizzato da Fondazione spiral, centro Astalli e Laboratorio 53 con il patrocinio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – presentato lunedì sera, 13 febbraio, nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale. «Contribuiamo a tenere pulita Roma, riciclando plastica – spiega Segu, un ragazzo senegalese tra i nove rifugiati coinvolti nel progetto –. In sei mesi ne abbiamo raccolta 1.500 kg e l’abbiamo trasformata in nuovi oggetti di utilità quotidiana: liberare la città da immondizia da smaltire è il nostro modo per ringraziare Roma».

«I rifugiati nel nostro paese – aggiunge padre Giovanni La Manna, presidente del centro Astalli – non chiedono l’elemosina, ma un’opportunità per rimettersi in piedi. Il progetto Refugee scART ne ha data una a nove di loro, dimostrando che ciò che si è potuto fare con un piccolo numero, lo si potrebbe fare in grande. La nostra società spesso vive male la presenza dei rifugiati, confondendoli con i clandestini. Questi nove ragazzi hanno invece dimostrato che possono essere utili».

Un rapporto della Commissione nazionale per il Diritto d’asilo del Ministero dell’Interno parla di 12.121 domande di asilo politico presentate in Italia nel 2010, il 31% in meno rispetto all’anno precedente. Il maggior numero di riconoscimenti dello status di rifugiato ha riguardato persone provenienti da Eritrea, Afghanistan, Turchia, Iran. Nel corso del 2010, sul totale di 14.042 decisioni prese (circa 2 mila erano domande del 2009 ancora da “smaltire”), il riconoscimento dello status di rifugiato ha rappresentato il 15% (2.094) del totale, mentre il 13% (1.789) delle domande esaminate ha ottenuto il riconoscimento della protezione sussidiaria. Il Rapporto Eurostat, (48/2011) segnala che nel primo semestre del 2011, in Italia sono state presentate 10.860 domande di asilo, con un incremento del 102% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. «I numeri dei rifugiati vanno umanizzati – spiega Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati – e trasformati in volti di persone. Da 12-13 anni arrivano rifugiati dal Mediterraneo, ma vengono ancora confusi con i clandestini. I rifugiati vivono esperienze inaudite. Chi di noi ha dovuto mai fuggire? Chi di noi ha dovuto contrattare un passaggio su un barcone? Refugee scART è una luce nel tunnel. Progetti come questo rappresentano un riscatto: i rifugiati possono imparare un mestiere e trasmetterlo a qualcun altro, generando speranza e futuro. Queste persone non chiedono altro che lavorare, incontrare i compagni tutti i giorni e superare il senso di solitudine. L’Italia è geograficamente esposta all’arrivo dei rifugiati – ha concluso Boldrini – ma va sfatato il luogo comune degli ”esodi biblici”. Lo scorso anno dalla Libia sono fuggiti 1.300.000 rifugiati, ma appena 28 mila sono sbarcati in Italia».

Sotto la cupola di Sant’Andrea al Quirinale non è solo serata di numeri, ma soprattutto di storie. Per l’occasione si presenta infatti il libro «Terre senza promesse» a cura del centro Astalli (Avagliano editore): una raccolta di dieci storie di rifugiati dal Corno d’Africa che raccontano i motivi della loro fuga, le persecuzioni subite in Libia e la traversata del Mediterraneo per arrivare in Italia. Erri De Luca ha contribuito con un testo inedito alla realizzazione del libro: «Come scrittore – spiega l’autore del recente “I pesci non chiudono gli occhi” – sono coinvolto nelle storie di viaggiatori che ancora oggi viaggiano in condizioni meno sicure di San Paolo o di Sinbad. Ben 1.500 libici nel 2011 hanno tentato di attraversare il Mediterraneo, ma sono scomparsi in fondo al mare, anche se, purtroppo, questi naufraghi non commuovono. Noi pensiamo di arginare i flussi migratori con le leggi, ma non ci riusciremmo nemmeno con il deterrente della pena di morte. I rifugiati hanno delle vite meravigliose, aspettano solo un Omero che le racconti».

14 febbraio 2012

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