Roma tra occupazione e sviluppo. La parola a Danilo Reali

Dopo il vice presidente dell’Unione Industriali, è il segretario della Cisl capitolina a intervenire sul tema del lavoro, e non solo di Elena Grazini
La Roma degli industriali raccontata da Gennaro Moccia di Mariaelena Finessi

È lo sviluppo a generare la buona occupazione. Questo il fulcro attorno a cui ruotano i tanti problemi connessi all’universo lavoro secondo Danilo Reali, 58 anni, segretario generale della Cisl di Roma.
Toscano doc, Danilo Reali vive da 35 anni nella capitale e in passato ha ricoperto ruoli di responsabilità nelle categorie del pubblico impiego. Attivo da circa 6 anni nella struttura confederale del sindacato dei lavoratori di Roma e del Lazio, è stato per un periodo anche in quella nazionale, per poi ritornare al punto di approdo iniziale un anno fa. Da alcuni mesi è segretario generale della Cisl di Roma, struttura ricostituita visto che prima era unificata con quella del Lazio.

Qual è la situazione occupazionale a Roma? I dati indicano un trend positivo.
Roma è una città che in questo senso mostra dinamismo, specialmente nei settori legati al turismo e ai servizi in genere. È una città che in tutti gli ambiti professionali e lavorativi mostra punte d’eccellenza, così come momenti non secondari di sofferenza. Basti pensare ad alcuni distretti industriali della Tiburtina che, pur essendo all’avanguardia come sviluppo tecnologico, risentono sofferenze occupazionali.

Chi sono i disoccupati nella nostra città?
Il fenomeno della disoccupazione è un fenomeno trasversale. Sono giovani, ultracinquantenni e donne, purtroppo molte. La disoccupazione riguarda sia i bassi profili che le alte qualifiche. Si tratta di un numero importante e, anche se gli uffici per l’impiego ad oggi non sanno fornire un dato attendibile, si stima una cifra che si aggira intorno ai 300-350mila disoccupati.

Quali sono le difficoltà a cui va incontro un giovane quando si affaccia al mondo del lavoro? Cosa consiglierebbe a un ragazzo in cerca della prima occupazione? Rivolgersi ai Centri per l’impiego serve?
Premetto che i giovani, quando escono dai cicli di studio, non incrociano in maniera sistematica il mondo del lavoro. Non essendoci una strada di avviamento al lavoro, quando il giovane finisce di studiare inizia il percorso “fai da te”. Oggi un ragazzo che vuole entrare in questo mondo deve essere disponibile a fare lavori diversi, a sperimentare e a sperimentarsi. Per quanto riguarda gli attuali Centri per l’impiego, nonostante la riforma del 2000 che tendeva a rendere efficace l’incontro domanda-offerta, il servizio è largamente carente, siamo al di sotto del 10%.

Somministrazione di lavoro, lavori socialmente utili, lavoro a progetto costituiscono l’universo occupazionale attuale e, se vogliamo, sono la faccia di una stessa medaglia chiamata precarietà. In un’ipotetica graduatoria, quale tra queste forme di lavoro “tutela” di più il lavoratore e qual è la più ricorrente?
La più ricorrente è il lavoro a progetto, che dal 2004 ha sostituito la collaborazione coordinata e continuativa. Sul versante della tutela queste forme non hanno ancora una piena dignità, perché le attuali disposizioni non consentono la copertura efficace e anche organizzata di questo lavoro. Il panorama attuale è triste perché questi lavoratori non hanno la giusta retribuzione, non hanno una copertura assicurativa, non hanno i versamenti per i contributi previdenziali.
Ciò dipende anche dal fatto che le imprese ricorrono sempre più spesso a questi rapporti di lavoro non come momento organizzativo dell’azienda ma come via per eludere i doveri contrattuali e contributivi.

C’è un settore lavorativo in particolare nel quale la precarietà è la norma?
Sicuramente quello del commercio e dei servizi.

Qual è il nodo del problema?
Oggi la difficoltà è rappresentata dalla mancanza di occupazione. Il nodo è lo sviluppo che porta la buona occupazione. Quando c’è sviluppo, c’è occupazione, e quando c’è occupazione l’imprenditore ha bisogno di lavoratori, di gente valida e non sta a cercare la flessibilità, a cercare di risparmiare, perché risparmia e guadagna altrove.

In cosa consiste il “Progetto di Roma”, sul quale la Cisl Roma si è espressa in modo favorevole?
È una pratica concertativa, un tavolo istituzionalizzato dal Comune nei primi mesi del 2002. Vi partecipano le parti sociali. Ci sono gli imprenditori, l’amministrazione comunale, le organizzazioni datoriali, le banche. Insomma, tutti coloro che possono fare qualcosa per lo sviluppo. A distanza di 3 anni possiamo dire che tale progetto ha dato buoni risultati e ci auguriamo che anche la nuova amministrazione, che uscirà dalle prossime elezioni, continui su questa strada per costruire ed elaborare percorsi condivisi su scelte strategiche della città, in cui ogni parte che siede a questo tavolo si assuma un pezzo di responsabilità rispetto al progetto.

Qual è il settore occupazionale in ascesa e quello su cui puntare nel prossimo futuro?
Il comparto in ascesa è quello dei servizi, che ha molta vitalità, insieme ai settori di alta tecnologia e dei servizi di apporto al turismo organizzato.

Quali le misure per sconfiggere le malattie che impediscono di dare vita a un mercato del lavoro sano e quali le risorse che Roma deve mettere a frutto per incentivare un mercato del lavoro al passo con i tempi?
Il problema non è individuare una misura ma creare un’architettura di misure e di provvedimenti che interagiscano, mettendo in sinergia le risorse pubbliche con quelle private, rendendo non formale ma sostanziale la collaborazione tra questi due mondi. Occorre sperimentare localmente modelli di integrazione – ad esempio tra scuola e lavoro -, la formazione continua dei lavoratori per il loro accrescimento professionale, e tutto questo al fine di creare circuiti per le imprese in modo che si vada verso la stabilizzazione dei rapporti di lavoro.

9 novembre 2005

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